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Disturbi correlati a sostanze

Disturbi correlati a sostanze: caratteristiche, diagnosi e prospettiva terapeutiche

disturbi correlati a sostanze

I disturbi correlati all’uso di sostanze costituiscono un’area particolarmente complessa della psicopatologia e comprendono condizioni nelle quali il consumo di sostanze psicoattive può produrre conseguenze rilevanti sul piano psicologico, comportamentale, fisico, familiare e sociale.

Alcol, nicotina, oppioidi, cannabinoidi, stimolanti, sedativi, allucinogeni e altre sostanze possono determinare modalità di utilizzo problematiche molto differenti tra loro. La valutazione clinica deve pertanto tenere conto non soltanto della sostanza utilizzata, ma anche delle caratteristiche individuali, delle modalità di consumo, delle conseguenze dell’assunzione e del contesto nel quale il comportamento si manifesta.

La moderna comprensione delle dipendenze si colloca all’interno di un modello biopsicosociale. In questa prospettiva, l’insorgenza e il mantenimento del disturbo derivano dall’interazione tra fattori biologici, psicologici, relazionali e ambientali, ai quali si aggiungono le specifiche proprietà farmacologiche della sostanza.

Nel DSM-5 e nel DSM-5-TR, la precedente distinzione tra abuso e dipendenza è stata superata attraverso l’introduzione della categoria unitaria di disturbo da uso di sostanze (Substance Use Disorder, SUD), caratterizzata da diversi livelli di gravità.

Anche l’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità propone una classificazione articolata dei disturbi associati all’uso di sostanze, comprendendo condizioni relative all’intossicazione, all’uso dannoso, alla dipendenza, all’astinenza e ai disturbi psichiatrici indotti dalle sostanze.

Che cosa si intende per disturbi correlati a sostanze

Il termine disturbi correlati a sostanze identifica un insieme di condizioni cliniche nelle quali l’assunzione di una sostanza psicoattiva determina alterazioni significative del funzionamento della persona.

È fondamentale distinguere il semplice consumo dalla presenza di un disturbo.

L’utilizzo di una sostanza, infatti, non implica necessariamente l’esistenza di una condizione psicopatologica.

Una persona può consumare una sostanza senza presentare perdita di controllo, significativa compromissione della vita quotidiana o persistenti conseguenze negative. La situazione assume invece rilevanza clinica quando il rapporto con la sostanza diventa problematico e si accompagna a difficoltà comportamentali, cognitive, emotive, sociali o fisiologiche.

Nel DSM-5-TR il concetto diagnostico fondamentale è quello di disturbo da uso di sostanze, definito da un modello problematico di consumo associato a compromissione o sofferenza clinicamente significativa.

La gravità del disturbo viene determinata sulla base del numero di criteri diagnostici soddisfatti. Tale impostazione permette di considerare la problematicità del consumo secondo una prospettiva dimensionale, evitando una separazione eccessivamente rigida tra abuso e dipendenza.

Dalla concezione moralistica al modello biopsicosociale

La storia dei disturbi da uso di sostanze è strettamente collegata all’evoluzione del modo in cui la società e la medicina hanno interpretato il fenomeno della dipendenza.

Per molti anni l’uso problematico di alcol e droghe è stato letto prevalentemente attraverso categorie morali, sociali e giuridiche. Il comportamento veniva frequentemente interpretato come espressione di debolezza personale, mancanza di volontà o trasgressione delle norme sociali.

Lo sviluppo della psichiatria, della psicologia clinica e delle neuroscienze ha progressivamente favorito un cambiamento di prospettiva. La dipendenza viene oggi studiata come fenomeno multifattoriale, nel quale interagiscono processi neurobiologici, apprendimento, caratteristiche psicologiche, regolazione delle emozioni, vulnerabilità individuale e ambiente sociale.

La ricerca contemporanea presta particolare attenzione a fenomeni quali craving, rinforzo, perdita del controllo, tolleranza, adattamento neurobiologico e comportamento compulsivo.

Anche l’evoluzione dei sistemi diagnostici ha accompagnato questo cambiamento. Le prime classificazioni psichiatriche erano maggiormente influenzate da modelli psicodinamici e da concezioni meno operative. A partire dal DSM-III si è progressivamente affermato un approccio maggiormente descrittivo e basato sull’identificazione sistematica di sintomi e comportamenti osservabili.

L’evoluzione della classificazione diagnostica

DSM-I

Il DSM-I, pubblicato nel 1952, collocava le problematiche relative all’alcol e alle droghe all’interno di una classificazione ancora fortemente influenzata dalla prospettiva psicodinamica.

I problemi legati all’utilizzo di sostanze venivano spesso considerati in associazione a disturbi della personalità o ad altre forme di psicopatologia.

Non era ancora disponibile un sistema diagnostico fondato sui criteri operativi che caratterizzeranno le successive edizioni del manuale.

DSM-II

Con il DSM-II, pubblicato nel 1968, la classificazione delle problematiche associate all’alcol e alle droghe venne ulteriormente articolata, pur mantenendo numerosi elementi dell’impostazione precedente.

Nella classificazione comparivano differenti condizioni correlate all’alcol, tra cui la cosiddetta alcohol addiction.

Anche il DSM-II, tuttavia, non disponeva ancora di criteri diagnostici operativi paragonabili a quelli sviluppati negli anni successivi.

DSM-III

La pubblicazione del DSM-III nel 1980 rappresentò un passaggio decisivo nella storia della diagnostica psichiatrica.

Il manuale introdusse un approccio più descrittivo, categoriale e operativo, basato sull’individuazione di specifiche caratteristiche cliniche.

Nella valutazione della dipendenza assunsero particolare rilievo fenomeni quali:

  • tolleranza;
  • sintomi di astinenza;
  • difficoltà nel controllo dell’assunzione;
  • uso compulsivo;
  • persistenza del consumo nonostante le conseguenze negative.

L’introduzione di criteri maggiormente standardizzati contribuì a rendere più uniforme la diagnosi dei disturbi correlati alle sostanze.

DSM-III-R

Il DSM-III-R, pubblicato nel 1987, apportò ulteriori modifiche alla classificazione.

La dipendenza venne descritta attraverso una combinazione più articolata di aspetti comportamentali e fisiologici, con una crescente attenzione al concetto di sindrome da dipendenza.

L’obiettivo diagnostico diventava quello di individuare un insieme coerente di manifestazioni indicative di una progressiva difficoltà nel controllare l’assunzione della sostanza.

DSM-IV e DSM-IV-TR

Nel DSM-IV, pubblicato nel 1994, venne consolidata la distinzione tra:

  • abuso di sostanze;
  • dipendenza da sostanze.

L’abuso identificava prevalentemente un modello di consumo associato a conseguenze problematiche ricorrenti, mentre la dipendenza rappresentava una condizione caratterizzata da un quadro più articolato di fenomeni comportamentali e fisiologici.

Successivamente emersero però alcune criticità legate alla netta separazione tra le due categorie.

La ricerca suggeriva infatti che abuso e dipendenza potessero essere meglio rappresentati come manifestazioni collocate lungo un continuum di gravità, piuttosto che come condizioni completamente separate.

DSM-5 e DSM-5-TR: il disturbo da uso di sostanze

Con la pubblicazione del DSM-5 nel 2013 si verificò una significativa trasformazione della classificazione.

La tradizionale distinzione tra abuso e dipendenza venne eliminata e sostituita dalla categoria generale di:

Disturbo da uso di sostanze.

Il nuovo modello considera la presenza dei sintomi lungo una dimensione continua e consente di stabilire differenti livelli di gravità:

  • disturbo lieve: presenza di 2-3 criteri;
  • disturbo moderato: presenza di 4-5 criteri;
  • disturbo grave: presenza di 6 o più criteri.

Il DSM-5-TR mantiene questa impostazione dimensionale.

Tra gli elementi diagnostici assume inoltre particolare importanza il craving, inteso come desiderio intenso o impulso persistente verso l’assunzione della sostanza.

Le principali categorie di sostanze

Nel DSM-5-TR i disturbi vengono classificati anche in funzione della sostanza coinvolta.

Tra le principali categorie troviamo:

  • disturbi correlati all’alcol;
  • disturbi correlati alla caffeina;
  • disturbi correlati alla cannabis;
  • disturbi correlati agli allucinogeni;
  • disturbi correlati agli inalanti;
  • disturbi correlati agli oppioidi;
  • disturbi correlati ai sedativi, ipnotici o ansiolitici;
  • disturbi correlati agli stimolanti;
  • disturbi correlati al tabacco;
  • disturbi correlati ad altre sostanze o a sostanze sconosciute.

Le diverse categorie presentano caratteristiche specifiche legate agli effetti farmacologici della sostanza, pur condividendo alcuni principi diagnostici generali.

I criteri diagnostici del disturbo da uso di sostanze

Nel DSM-5-TR gli 11 criteri diagnostici possono essere organizzati, a fini descrittivi, in quattro grandi aree:

  1. perdita di controllo;
  2. compromissione sociale;
  3. uso rischioso;
  4. fenomeni farmacologici quali tolleranza e astinenza.

Perdita di controllo

La prima area riguarda la capacità della persona di regolare il proprio consumo.

Consumo superiore alle intenzioni

La sostanza può essere assunta in quantità maggiori oppure per un periodo più lungo rispetto a quanto inizialmente programmato.

Tentativi falliti di riduzione

La persona può desiderare di diminuire o interrompere il consumo e avere già effettuato tentativi non riusciti.

Tempo dedicato alla sostanza

Una quota significativa del tempo può essere assorbita dalle attività necessarie a procurarsi la sostanza, assumerla oppure recuperare dagli effetti prodotti.

Craving

Può comparire un desiderio intenso e difficilmente controllabile di assumere la sostanza.

Il craving costituisce uno degli elementi centrali nella comprensione contemporanea dei comportamenti di dipendenza.

Compromissione del funzionamento sociale

La seconda area riguarda l’impatto del consumo sulla vita quotidiana e sulle relazioni.

Difficoltà nell’assolvere gli obblighi

Il consumo può interferire ripetutamente con gli impegni lavorativi, scolastici o familiari.

Problemi nelle relazioni

La persona può continuare a utilizzare la sostanza nonostante l’insorgenza o il peggioramento di conflitti e difficoltà interpersonali.

Riduzione delle attività

Nel tempo possono essere trascurate o abbandonate attività sociali, professionali o ricreative precedentemente importanti.

Questo evidenzia perché la valutazione di un disturbo da uso di sostanze non possa basarsi soltanto sulla quantità consumata.

Uso rischioso

Un’altra dimensione diagnostica riguarda la presenza di comportamenti di consumo che espongono ripetutamente la persona a situazioni pericolose.

Il DSM-5-TR considera, tra gli altri aspetti:

  • l’utilizzo ricorrente della sostanza in circostanze fisicamente rischiose;
  • la prosecuzione del consumo nonostante la consapevolezza di problemi fisici o psicologici causati o aggravati dalla sostanza.

Diventa quindi clinicamente rilevante la persistenza dell’uso nonostante le conseguenze negative.

Tolleranza e astinenza

La quarta area comprende due fenomeni di natura prevalentemente farmacologica.

Tolleranza

La tolleranza può svilupparsi quando la persona necessita di quantità progressivamente maggiori della sostanza per ottenere l’effetto desiderato oppure quando la stessa quantità produce un effetto meno intenso.

Sindrome di astinenza

L’astinenza consiste nella comparsa di sintomi fisici e/o psicologici dopo una riduzione o una sospensione della sostanza, quando il consumo è stato sufficientemente prolungato.

È tuttavia importante non considerare automaticamente tolleranza e astinenza come sinonimi di disturbo da uso di sostanze. Entrambi i fenomeni possono infatti comparire anche in particolari contesti terapeutici e farmacologici appropriati.

La gravità del disturbo

Uno degli elementi caratterizzanti il DSM-5 è l’approccio dimensionale alla gravità del disturbo.

Numero di criteriGravità
2-3Lieve
4-5Moderata
6 o piùGrave

La gravità non coincide semplicemente con la quantità di sostanza consumata. Il numero dei criteri riflette infatti la presenza e l’estensione delle conseguenze comportamentali, psicologiche, sociali e fisiologiche associate al consumo.

Intossicazione, astinenza e disturbi indotti da sostanze

I disturbi correlati a sostanze comprendono condizioni cliniche differenti dal solo disturbo da uso di sostanze.

Tra queste possono essere considerate:

  • intossicazione;
  • astinenza;
  • delirium indotto da sostanze;
  • disturbi psicotici indotti da sostanze;
  • disturbi dell’umore indotti da sostanze;
  • disturbi d’ansia indotti da sostanze;
  • altri disturbi mentali provocati o correlati all’utilizzo di sostanze.

La classificazione internazionale considera in maniera specifica le manifestazioni cliniche associate alle diverse classi di sostanze.

Disturbi mentali indotti dalle sostanze

Un aspetto particolarmente importante dell’assessment riguarda la possibilità che l’utilizzo di una sostanza sia direttamente associato alla comparsa di una sintomatologia psichiatrica.

Una sostanza può infatti essere associata alla comparsa di:

  • sintomi psicotici;
  • alterazioni dell’umore;
  • manifestazioni ansiose;
  • modificazioni cognitive;
  • delirium;
  • disturbi del sonno;
  • altre alterazioni neuropsichiatriche.

Nella valutazione clinica è quindi essenziale esaminare la relazione temporale tra consumo della sostanza, comparsa dei sintomi e loro eventuale persistenza dopo la sospensione.

Questa analisi è fondamentale anche per la diagnosi differenziale, poiché una manifestazione apparentemente primaria potrebbe essere invece correlata direttamente agli effetti di una sostanza.

ICD-10 e ICD-11

Oltre al DSM, un riferimento fondamentale per la classificazione dei disturbi correlati all’uso di sostanze è rappresentato dall’International Classification of Diseases (ICD) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nell’ICD-10 erano presenti categorie relative, tra le altre, a:

  • uso dannoso;
  • sindrome da dipendenza;
  • stato di astinenza;
  • stato di astinenza con delirium;
  • disturbo psicotico;
  • altri disturbi mentali e comportamentali dovuti all’uso di sostanze.

Con l’ICD-11 il sistema classificatorio è stato aggiornato e ampliato.

L’ICD-11 è entrata in vigore come riferimento per la reportistica sanitaria internazionale nel gennaio 2022, dopo l’adozione da parte dell’Assemblea Mondiale della Sanità nel 2019.

La classificazione comprende diverse categorie di sostanze e permette di descrivere in maniera più articolata i disturbi associati al loro utilizzo.

Tra le sostanze considerate figurano:

  • oppioidi;
  • sedativi, ipnotici o ansiolitici;
  • cocaina;
  • stimolanti;
  • catinoni sintetici;
  • caffeina;
  • allucinogeni;
  • nicotina;
  • inalanti volatili;
  • MDMA e sostanze correlate;
  • sostanze dissociative, tra cui la ketamina;
  • altre sostanze psicoattive;
  • più sostanze;
  • sostanze sconosciute o non specificate.

DSM-5-TR e ICD-11: differenze e complementarità

DSM-5-TR e ICD-11 condividono numerosi principi, ma rappresentano sistemi classificatori differenti.

Il DSM-5-TR viene utilizzato soprattutto nell’ambito della diagnosi psichiatrica e della ricerca clinica, mentre l’ICD costituisce il sistema internazionale per la classificazione delle malattie e delle condizioni di salute.

L’ICD-11 rappresenta uno standard internazionale utilizzato nei sistemi sanitari per la registrazione e classificazione delle condizioni di salute.

L’OMS ha inoltre sviluppato i Clinical Descriptions and Diagnostic Requirements (CDDR), che forniscono indicazioni cliniche più dettagliate utili alla formulazione diagnostica.

La prospettiva biopsicosociale nella valutazione clinica

Un assessment adeguato dei disturbi correlati a sostanze non dovrebbe limitarsi all’identificazione della sostanza utilizzata.

È necessario considerare la persona nella sua complessità, prendendo in esame almeno quattro livelli interconnessi.

Fattori biologici

Tra gli elementi da valutare possono rientrare:

  • vulnerabilità genetica;
  • modificazioni neurobiologiche;
  • circuiti cerebrali della ricompensa;
  • sistemi dopaminergici;
  • tolleranza;
  • dipendenza fisica;
  • eventuali condizioni mediche associate.

Fattori psicologici

Sul piano psicologico possono assumere rilevanza:

  • difficoltà nella regolazione emotiva;
  • impulsività;
  • strategie di coping;
  • esperienze traumatiche;
  • craving;
  • convinzioni relative alla sostanza;
  • sintomi depressivi;
  • sintomi ansiosi;
  • caratteristiche di personalità.

Dimensione familiare e relazionale

Nel trattamento delle dipendenze assume particolare importanza anche il sistema relazionale.

Il consumo può modificare ruoli, confini, alleanze, modalità comunicative ed equilibri all’interno della famiglia.

L’approccio sistemico-relazionale permette di ampliare la lettura del problema, considerando il comportamento di consumo non esclusivamente come fenomeno individuale, ma anche come elemento inserito all’interno di specifici pattern relazionali e comunicativi.

Questa prospettiva non significa attribuire alla famiglia la responsabilità della dipendenza, ma permette di comprendere come il comportamento problematico interagisca con il sistema familiare e con la rete sociale della persona.

Ambiente e contesto sociale

La valutazione dovrebbe inoltre considerare:

  • condizioni socioeconomiche;
  • accessibilità delle sostanze;
  • gruppo dei pari;
  • contesto culturale;
  • ambiente professionale;
  • condizioni abitative;
  • rete sociale;
  • eventuali esperienze di esclusione o marginalizzazione.

L’analisi integrata di questi livelli consente di costruire una formulazione clinica maggiormente individualizzata.

Diagnosi differenziale e comorbilità

La diagnosi di un disturbo da uso di sostanze richiede un’attenta valutazione differenziale.

È importante prendere in considerazione la possibile presenza di:

  • disturbi dell’umore;
  • disturbi d’ansia;
  • disturbi psicotici;
  • disturbi di personalità;
  • disturbo da stress post-traumatico;
  • disturbi neurocognitivi;
  • patologie neurologiche;
  • effetti indesiderati di farmaci;
  • condizioni mediche capaci di produrre sintomi analoghi.

La comorbilità psichiatrica rappresenta un elemento particolarmente importante. Un disturbo mentale e un disturbo da uso di sostanze possono infatti influenzarsi reciprocamente, rendendo necessario un assessment multidimensionale.

La diagnosi come punto di partenza del trattamento

In ambito clinico la diagnosi non dovrebbe essere considerata esclusivamente come un’etichetta nosografica.

La valutazione deve contribuire a comprendere il funzionamento complessivo della persona e a individuare le condizioni che mantengono il comportamento problematico.

Tra gli elementi da approfondire rientrano:

  1. la sostanza o le sostanze utilizzate;
  2. la frequenza del consumo;
  3. le quantità assunte;
  4. le modalità di assunzione;
  5. la presenza di craving;
  6. l’eventuale sviluppo di tolleranza;
  7. la presenza di sintomi di astinenza;
  8. le conseguenze fisiche;
  9. le conseguenze psicologiche;
  10. le ripercussioni familiari e sociali;
  11. i precedenti tentativi di modificare il consumo;
  12. la motivazione al cambiamento e al trattamento;
  13. le eventuali condizioni psicopatologiche associate;
  14. le risorse individuali, familiari e sociali.

Un assessment di questo tipo consente di trasformare la diagnosi in uno strumento utile alla costruzione di un progetto terapeutico personalizzato.

Il ruolo della psicoterapia nel trattamento delle dipendenze

Il trattamento dei disturbi correlati a sostanze richiede frequentemente un intervento integrato, calibrato sulle caratteristiche della persona, della sostanza utilizzata, della gravità del disturbo e delle eventuali comorbilità.

All’interno del percorso psicoterapeutico possono essere utilizzati differenti approcci e tecniche, in funzione degli obiettivi clinici.

La psicoterapia sistemico-relazionale può essere particolarmente utile quando la dipendenza si inserisce in dinamiche familiari complesse, conflitti relazionali o modificazioni significative dei ruoli e delle modalità comunicative.

L’intervento può coinvolgere, quando indicato, anche i familiari, favorendo una maggiore comprensione del problema e una riorganizzazione delle modalità relazionali.

Possono inoltre essere integrate tecniche di matrice cognitivo-comportamentale, finalizzate, tra gli altri obiettivi, all’identificazione dei fattori che precedono il consumo, alla gestione del craving, alla prevenzione delle ricadute e allo sviluppo di strategie di coping più funzionali.

In alcuni percorsi possono trovare spazio anche tecniche di mindfulness e rilassamento, soprattutto come strumenti complementari per migliorare la consapevolezza degli stati interni e la gestione dello stress.

Quando necessario, il percorso psicoterapeutico può essere coordinato con interventi medici, psichiatrici, farmacologici e sociosanitari.

Conclusioni

I disturbi correlati a sostanze rappresentano condizioni multifattoriali nelle quali interagiscono aspetti neurobiologici, psicologici, comportamentali, relazionali e sociali.

L’evoluzione della nosografia psichiatrica mostra il progressivo passaggio da interpretazioni prevalentemente moralistiche a una concezione più complessa e scientificamente fondata dell’addiction.

Il DSM-5-TR, attraverso il concetto di disturbo da uso di sostanze e la valutazione dimensionale della gravità, e l’ICD-11, con la propria classificazione internazionale, rappresentano oggi importanti strumenti per l’inquadramento clinico.

La valutazione psicologica e psicoterapeutica, tuttavia, non può esaurirsi nell’identificazione della sostanza e dei criteri diagnostici. È necessario comprendere la persona, la sua storia, le sue modalità di regolazione emotiva, le relazioni familiari, il contesto sociale e le risorse disponibili.

In questa prospettiva, l’integrazione tra dimensione individuale e dimensione relazionale consente di costruire percorsi di trattamento maggiormente personalizzati, nei quali la diagnosi diventa il punto di partenza per comprendere il funzionamento del problema e progettare un intervento terapeutico adeguato.


Bibliografia

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Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono in alcun modo la valutazione, la diagnosi o il trattamento da parte di uno psicologo, di uno psicoterapeuta, di un medico o di un altro professionista sanitario qualificato. Se il disagio emotivo sperimentato è intenso, persistente o compromette il benessere personale, relazionale, sociale o lavorativo, è consigliabile rivolgersi a un professionista della salute mentale per una valutazione personalizzata e l’eventuale avvio di un percorso di supporto psicologico o psicoterapeutico.