Disforia di genere: che cos’è, criteri diagnostici e percorso psicologico
La disforia di genere è un fenomeno complesso che coinvolge la psicologia clinica, la psichiatria, la medicina e le scienze sociali. Il tema richiede particolare attenzione perché riguarda contemporaneamente l’esperienza individuale dell’identità di genere, il rapporto con il proprio corpo, le relazioni interpersonali e il contesto sociale nel quale la persona vive.
Nel linguaggio comune, espressioni come identità transgender, incongruenza di genere e disforia di genere vengono talvolta utilizzate come sinonimi. Dal punto di vista clinico, tuttavia, è importante distinguerle. Una persona transgender o con un’identità di genere non conforme a quella assegnata alla nascita non presenta necessariamente una condizione psicopatologica. La diagnosi di disforia di genere riguarda invece la presenza di una specifica esperienza di disagio clinicamente significativo associata all’incongruenza tra il genere vissuto e il sesso assegnato alla nascita.
Questa distinzione rappresenta uno dei cambiamenti più importanti intervenuti nella storia della classificazione delle esperienze legate al genere. I sistemi diagnostici contemporanei hanno progressivamente modificato il proprio linguaggio e il proprio approccio, cercando di separare l’identità della persona dalla sofferenza psicologica che può eventualmente accompagnarla.
Comprendere la disforia di genere significa quindi considerare contemporaneamente dimensione individuale, corporea, relazionale e sociale, evitando sia la patologizzazione automatica dell’identità transgender sia la sottovalutazione della sofferenza quando questa è effettivamente presente.
Identità di genere, sesso assegnato e incongruenza
Per comprendere il concetto di disforia di genere è necessario distinguere alcuni termini fondamentali.
Sesso assegnato alla nascita
Il sesso viene generalmente assegnato alla nascita sulla base di caratteristiche anatomiche e biologiche, soprattutto dei genitali esterni. Il quadro biologico, tuttavia, comprende ulteriori componenti, tra cui cromosomi, gonadi, ormoni e caratteristiche sessuali secondarie.
Identità di genere
L’identità di genere riguarda il modo relativamente stabile attraverso il quale una persona percepisce e definisce il proprio genere.
L’identità può corrispondere al sesso assegnato alla nascita oppure essere diversa da esso. Può inoltre essere maschile, femminile, non binaria o assumere altre forme.
Espressione di genere
L’espressione di genere comprende il modo in cui una persona comunica socialmente aspetti della propria identità attraverso abbigliamento, comportamento, linguaggio, aspetto fisico e modalità relazionali.
L’espressione di genere non permette, da sola, di stabilire l’identità di genere di una persona.
Orientamento sessuale
L’orientamento sessuale riguarda invece il modo in cui si strutturano l’attrazione affettiva, romantica e/o sessuale. Non deve essere confuso con l’identità di genere.
Queste dimensioni sono differenti e possono combinarsi in modi diversi. Una persona transgender può avere qualsiasi orientamento sessuale.
Quando si parla di disforia di genere?
Il concetto di disforia di genere descrive una situazione nella quale l’incongruenza tra il genere vissuto e il sesso assegnato alla nascita è associata a una sofferenza psicologica significativa oppure a una compromissione del funzionamento personale, sociale, scolastico, familiare o lavorativo.
La distinzione è essenziale:
essere transgender non equivale a essere affetti da un disturbo mentale.
La presenza di un’identità transgender, di un’identità non binaria o di un’espressione di genere non conforme alle aspettative sociali non costituisce di per sé una diagnosi psichiatrica.
Il problema clinico nasce quando la persona sperimenta un disagio sufficientemente intenso da richiedere attenzione psicologica o quando l’esperienza determina una significativa interferenza nella vita quotidiana.
La sofferenza può riguardare aspetti differenti. Alcune persone vivono soprattutto un disagio rispetto alle caratteristiche corporee, mentre altre sperimentano prevalentemente difficoltà con il modo in cui vengono percepite e trattate dagli altri.
Una distinzione fondamentale: identità e sofferenza
Uno dei principi più importanti dell’attuale approccio clinico consiste nel non confondere l’identità con l’eventuale disagio ad essa associato.
Una persona può infatti:
- avere un’identità di genere diversa dal sesso assegnato alla nascita senza manifestare sofferenza clinicamente significativa;
- sperimentare disagio rispetto al proprio corpo;
- provare sofferenza soprattutto nelle situazioni sociali;
- desiderare una transizione sociale, ormonale o chirurgica;
- non desiderare alcun intervento medico;
- avere un’identità non binaria e sperimentare una forma di incongruenza non riconducibile necessariamente a un modello esclusivamente maschile/femminile.
Ne consegue che non esiste un unico percorso valido per tutte le persone.
L’intervento psicologico dovrebbe quindi partire dalla storia individuale, dalle esigenze concrete e dagli obiettivi della persona, anziché presumere quale debba essere il risultato del percorso.
L’evoluzione storica del concetto
Il modo in cui la medicina e la psicologia hanno interpretato le esperienze transgender è cambiato profondamente nel corso del tempo.
Magnus Hirschfeld e i primi studi sulla variabilità sessuale
All’inizio del XX secolo, lo psichiatra e sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld ebbe un ruolo importante nello studio della sessualità e delle variazioni dell’identità e dell’espressione di genere.
Nel 1919 fondò a Berlino l’Institut für Sexualwissenschaft, centro dedicato alla ricerca e all’assistenza nell’ambito della sessualità.
Il suo lavoro contribuì a mettere in discussione una concezione rigidamente binaria delle esperienze sessuali e di genere.
Harry Benjamin
Un’altra figura importante fu Harry Benjamin, medico e sessuologo che studiò le persone che desideravano vivere stabilmente in un genere diverso da quello associato al sesso assegnato alla nascita.
Nel 1966 pubblicò The Transsexual Phenomenon, testo che ebbe una notevole influenza sullo sviluppo dei successivi percorsi clinici.
Dalle categorie patologizzanti alla disforia
Le classificazioni psichiatriche del Novecento collocarono progressivamente le esperienze legate all’identità di genere all’interno di categorie diagnostiche.
Nel DSM-III del 1980 comparvero i Gender Identity Disorders. La terminologia venne successivamente modificata nel DSM-IV.
Con il DSM-5, pubblicato nel 2013, si verificò un ulteriore cambiamento concettuale: il termine Gender Dysphoria venne utilizzato per concentrare l’attenzione non semplicemente sull’identità, ma sul disagio clinicamente significativo eventualmente associato all’incongruenza di genere.
Il DSM-5-TR ha mantenuto questa impostazione, aggiornando la formulazione diagnostica e la terminologia.
DSM-5-TR e disforia di genere
Nel DSM-5-TR la disforia di genere è collocata tra le condizioni correlate alla salute mentale e riguarda l’esperienza di una marcata incongruenza tra il genere vissuto/espresso e il sesso assegnato alla nascita accompagnata da disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento.
Negli adolescenti e negli adulti, la valutazione diagnostica prende in considerazione diverse possibili manifestazioni dell’incongruenza.
Tra queste rientrano, in forma rielaborata:
- una significativa distanza tra il genere vissuto e le caratteristiche sessuali primarie o secondarie;
- il desiderio di modificare o ridurre alcune caratteristiche sessuali;
- il desiderio di possedere caratteristiche sessuali associate all’altro genere;
- il desiderio di appartenere o essere trattati come appartenenti a un genere diverso;
- il desiderio di essere riconosciuti socialmente con un genere differente;
- la convinzione o il vissuto soggettivo di possedere reazioni, sentimenti o caratteristiche tipicamente associate a un altro genere.
Per la diagnosi non è sufficiente la presenza di una singola caratteristica. Il DSM-5-TR richiede una combinazione di manifestazioni specifiche e una durata di almeno sei mesi, insieme alla presenza di disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento.
È importante sottolineare che i criteri diagnostici non dovrebbero essere utilizzati per stabilire se una determinata identità sia “corretta” o “normale”. La loro funzione clinica è individuare situazioni nelle quali il disagio richiede una valutazione professionale.
La disforia di genere in infanzia
Il DSM-5-TR prevede una formulazione specifica per bambini e bambine.
Anche in questo caso, la valutazione considera la presenza persistente di incongruenza rispetto al genere assegnato alla nascita e differenti possibili manifestazioni comportamentali, emotive e immaginative.
Nei bambini possono essere osservati, per esempio:
- un forte desiderio di appartenere a un altro genere;
- preferenze persistenti per ruoli, giochi o attività culturalmente associati a un altro genere;
- preferenze per compagni di gioco di un determinato genere;
- rifiuto delle caratteristiche sessuali proprie;
- desiderio di possedere caratteristiche sessuali differenti;
- convinzioni persistenti relative all’appartenenza a un altro genere.
Anche nell’infanzia, tuttavia, la semplice non conformità rispetto agli stereotipi di genere non equivale a disforia di genere.
Un bambino che preferisce giochi, abiti o attività tradizionalmente associati all’altro genere non deve essere automaticamente interpretato come transgender né come portatore di una condizione psicopatologica.
La valutazione deve considerare la storia evolutiva complessiva e il significato che tali comportamenti assumono per il bambino.
ICD-11: il concetto di incongruenza di genere
Un’importante evoluzione è rappresentata dall’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nella classificazione precedente, l’ICD-10 includeva il transessualismo tra i disturbi mentali e comportamentali.
Con l’ICD-11 è stata introdotta la categoria Gender Incongruence, tradotta in italiano come incongruenza di genere, che è stata trasferita al capitolo relativo alle condizioni connesse alla salute sessuale.
Questo cambiamento riflette una trasformazione significativa: l’identità transgender non viene considerata, in quanto tale, una malattia mentale.
L’OMS sottolinea inoltre che le identità transgender e gender-diverse non costituiscono di per sé condizioni di malattia mentale.
L’incongruenza di genere viene quindi distinta dalla psicopatologia, pur potendo richiedere assistenza sanitaria quando la persona necessita di interventi specifici.
DSM-5-TR e ICD-11: due prospettive differenti
Le due classificazioni utilizzano concetti non perfettamente sovrapponibili.
| DSM-5-TR | ICD-11 |
|---|---|
| Utilizza il concetto di disforia di genere | Utilizza il concetto di incongruenza di genere |
| La diagnosi è centrata sul disagio clinicamente significativo | La condizione è collocata nell’ambito della salute sessuale |
| Considera criteri specifici per età | Distingue le forme relative ad adolescenti/adulti e infanzia |
| Mantiene la diagnosi nell’ambito psichiatrico | Ha rimosso l’incongruenza di genere dal capitolo dei disturbi mentali |
| Non considera l’identità transgender in sé come psicopatologia | Esplicita la non equivalenza tra identità transgender e disturbo mentale |
La differenza terminologica è importante soprattutto dal punto di vista clinico e culturale.
Come può manifestarsi la disforia?
La disforia può assumere forme molto diverse.
Disagio legato al corpo
Alcune persone sperimentano un forte disagio nei confronti di specifiche caratteristiche sessuali.
Possono essere vissute negativamente, per esempio:
- la voce;
- il seno;
- i genitali;
- la distribuzione dei peli;
- la forma del corpo;
- le caratteristiche del volto;
- i cambiamenti della pubertà.
Il livello di disagio può variare nel tempo e non necessariamente coinvolge l’intero corpo.
Disagio sociale
In altri casi il problema principale riguarda il modo in cui la persona viene riconosciuta dagli altri.
Possono diventare fonte di sofferenza:
- l’utilizzo di un nome non desiderato;
- l’uso di pronomi non corrispondenti all’identità della persona;
- l’essere percepiti come appartenenti a un genere diverso;
- la paura di essere discriminati;
- il rifiuto da parte della famiglia;
- le difficoltà sul posto di lavoro o a scuola.
Il disagio può quindi essere prodotto dall’interazione tra esperienza individuale e contesto sociale.
Minority stress e stigma
Per comprendere la sofferenza psicologica delle persone transgender è necessario considerare anche il concetto di minority stress, o stress legato all’appartenenza a una minoranza.
Le persone appartenenti a gruppi socialmente stigmatizzati possono essere esposte a stressori aggiuntivi, quali:
- discriminazione;
- esclusione sociale;
- molestie;
- bullismo;
- violenza;
- rifiuto familiare;
- difficoltà lavorative;
- isolamento;
- paura di subire discriminazioni.
Queste esperienze possono contribuire allo sviluppo o al mantenimento di sintomi ansiosi e depressivi e di altre forme di sofferenza psicologica.
In quest’ottica, non è corretto interpretare automaticamente la sofferenza della persona come conseguenza della sua identità. In molti casi è necessario interrogarsi anche sul ruolo esercitato dal contesto.
Comorbilità psicopatologica
La presenza di disforia di genere può associarsi a differenti condizioni psicologiche o psichiatriche.
Tra le problematiche che possono comparire più frequentemente in alcuni gruppi clinici si trovano:
- sintomi depressivi;
- disturbi d’ansia;
- sintomi post-traumatici;
- autolesionismo;
- ideazione suicidaria;
- disturbi del comportamento alimentare;
- problematiche correlate all’uso di sostanze.
Queste associazioni devono tuttavia essere interpretate con cautela.
La presenza di una comorbilità non significa che sia stata determinata dall’identità di genere. La sofferenza può essere collegata a esperienze traumatiche, stigma, isolamento sociale, difficoltà familiari o ad altri fattori individuali.
La valutazione clinica deve pertanto ricostruire la sequenza temporale degli eventi, le condizioni ambientali e i fattori di vulnerabilità e protezione.
Valutazione psicologica
La valutazione psicologica della persona con disforia o incongruenza di genere dovrebbe essere approfondita e individualizzata.
Non dovrebbe consistere in un semplice processo finalizzato a stabilire se la persona sia “veramente” transgender.
L’obiettivo è piuttosto comprendere:
- storia dell’identità di genere;
- sviluppo psicologico;
- rapporto con il corpo;
- eventuale disagio corporeo;
- esperienza sociale;
- relazioni familiari;
- relazioni sentimentali;
- ambiente scolastico o lavorativo;
- eventuali esperienze di discriminazione;
- sintomatologia psicopatologica;
- strategie di coping;
- aspettative rispetto alla transizione;
- risorse personali;
- rete sociale;
- eventuali condizioni mediche;
- obiettivi individuali.
La valutazione dovrebbe inoltre essere sufficientemente flessibile da accogliere percorsi differenti.
Il significato della psicoterapia
La psicoterapia può avere funzioni diverse a seconda delle necessità della persona.
Non dovrebbe essere concepita come uno strumento finalizzato a modificare o eliminare un’identità transgender.
Un intervento psicologico può invece aiutare la persona a:
- comprendere meglio la propria esperienza;
- elaborare il disagio corporeo;
- affrontare ansia e depressione;
- sviluppare strategie di gestione dello stress;
- elaborare esperienze traumatiche;
- migliorare l’autostima;
- affrontare difficoltà relazionali;
- gestire eventuali conflitti familiari;
- prepararsi ai cambiamenti connessi alla transizione;
- affrontare le conseguenze dello stigma;
- costruire strategie di coping efficaci.
L’obiettivo fondamentale è sostenere il funzionamento psicologico e il benessere della persona.
L’importanza della relazione terapeutica
La relazione tra psicologo e paziente assume una particolare rilevanza.
Un atteggiamento giudicante o patologizzante può aumentare la diffidenza e ostacolare l’accesso alle cure.
Il professionista dovrebbe utilizzare un linguaggio rispettoso dell’autodeterminazione della persona e creare un contesto nel quale sia possibile parlare liberamente di dubbi, ambivalenze e difficoltà.
Questo non significa rinunciare alla valutazione clinica.
Un approccio rispettoso può infatti coesistere con una valutazione rigorosa della salute mentale, delle condizioni mediche, dei fattori di rischio e delle risorse disponibili.
Transizione sociale e transizione medica
Il percorso di una persona transgender può comprendere componenti differenti.
Transizione sociale
Può comprendere:
- cambiamento del nome utilizzato;
- utilizzo di pronomi coerenti con l’identità;
- modifiche dell’abbigliamento;
- cambiamenti dell’aspetto;
- comunicazione della propria identità a familiari, amici o colleghi.
Interventi ormonali
Alcune persone scelgono un trattamento ormonale finalizzato allo sviluppo di caratteristiche sessuali secondarie coerenti con il genere desiderato.
Interventi chirurgici
In alcuni casi possono essere presi in considerazione interventi chirurgici, con modalità e indicazioni differenti.
Non tutte le persone transgender desiderano sottoporsi a trattamenti medici o chirurgici.
La transizione, pertanto, non dovrebbe essere considerata come un percorso standardizzato uguale per tutti.
Adolescenza e pubertà
L’adolescenza rappresenta una fase particolarmente delicata.
La pubertà introduce importanti trasformazioni corporee che possono risultare fonte di disagio per alcuni adolescenti che vivono un’incongruenza di genere.
La valutazione dovrebbe considerare contemporaneamente:
- sviluppo dell’identità;
- maturazione psicologica;
- rapporto con il corpo;
- contesto familiare;
- ambiente scolastico;
- eventuale bullismo;
- sintomi psicopatologici;
- capacità di prendere decisioni;
- aspettative rispetto ai possibili interventi.
Il coinvolgimento della famiglia, quando possibile e appropriato, può rappresentare una risorsa importante.
Il ruolo della famiglia
La famiglia può costituire un importante fattore protettivo oppure, al contrario, una fonte significativa di stress.
Il sostegno familiare può favorire:
- maggiore sicurezza personale;
- migliore adattamento psicologico;
- accesso alle cure;
- riduzione dell’isolamento;
- capacità di affrontare situazioni sociali difficili.
Al contrario, rifiuto, conflittualità, minacce o esclusione possono aumentare la vulnerabilità psicologica.
Un intervento sistemico-relazionale può quindi concentrarsi non soltanto sulla persona, ma anche sulle dinamiche familiari e sui significati attribuiti all’identità di genere.
Una prospettiva sistemico-relazionale
La disforia di genere può essere analizzata anche attraverso una prospettiva sistemico-relazionale.
L’identità individuale si sviluppa infatti all’interno di sistemi relazionali: famiglia, gruppo dei pari, scuola, ambiente lavorativo e comunità.
In questo modello diventa importante esplorare:
- le modalità comunicative familiari;
- le aspettative genitoriali;
- i ruoli attribuiti alla persona;
- i conflitti intergenerazionali;
- le alleanze familiari;
- i processi di adattamento;
- le reazioni alla comunicazione dell’identità;
- i cambiamenti nelle relazioni durante la transizione.
La sofferenza individuale può quindi essere mantenuta o amplificata da dinamiche relazionali specifiche.
Diagnosi differenziale
La valutazione clinica deve distinguere la disforia di genere da altre condizioni che possono presentare elementi apparentemente simili.
Disforia di genere e disturbo da dismorfismo corporeo
Il disturbo da dismorfismo corporeo riguarda una preoccupazione persistente per uno o più difetti o imperfezioni dell’aspetto fisico che sono minimi o non osservabili dagli altri.
La disforia di genere ha invece come elemento centrale l’incongruenza tra genere vissuto e sesso assegnato alla nascita.
Le due condizioni possono tuttavia coesistere e richiedono una valutazione differenziale accurata.
Disforia di genere e disturbi psicotici
In presenza di convinzioni insolite relative al genere, è importante valutare il funzionamento complessivo della persona e distinguere l’esperienza identitaria da eventuali convinzioni deliranti.
L’identità transgender non deve essere interpretata come sintomo psicotico.
Disturbi dell’umore e disturbi d’ansia
Depressione e ansia possono accompagnare la disforia, ma possono anche rappresentare condizioni indipendenti.
È quindi necessario stabilire quali sintomi siano direttamente associati al disagio di genere e quali possano avere altre origini.
Disforia di genere e uso di sostanze
In alcuni casi possono essere presenti problematiche correlate all’uso di alcol o altre sostanze.
Anche in questo ambito è importante evitare interpretazioni semplicistiche.
L’uso di sostanze può rappresentare:
- una condizione comorbida;
- una strategia disfunzionale di gestione dello stress;
- una conseguenza di esperienze traumatiche;
- un fattore indipendente dall’esperienza di genere.
La valutazione dovrebbe quindi considerare la funzione che l’uso della sostanza svolge nella vita della persona.
Gli standard di assistenza multidisciplinare
La complessità delle situazioni legate alla disforia e all’incongruenza di genere rende spesso utile un approccio multidisciplinare.
A seconda delle necessità possono essere coinvolti:
- psicologo;
- psicoterapeuta;
- psichiatra;
- endocrinologo;
- medico di medicina generale;
- chirurgo;
- pediatra;
- altri professionisti sanitari.
Gli Standards of Care della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) rappresentano un importante riferimento internazionale per l’organizzazione dell’assistenza alle persone transgender e gender-diverse.
L’approccio contemporaneo tende a integrare salute mentale, salute fisica, autodeterminazione e valutazione individualizzata.
Il modello biopsicosociale
La comprensione della disforia di genere può essere ulteriormente approfondita attraverso un modello biopsicosociale.
Dimensione biologica
Comprende lo sviluppo corporeo, le caratteristiche sessuali, gli aspetti endocrinologici e le eventuali condizioni mediche.
Dimensione psicologica
Comprende identità, emozioni, autostima, rapporto con il corpo, storia personale, eventuali traumi e condizioni psicopatologiche.
Dimensione sociale
Comprende famiglia, relazioni, scuola, lavoro, cultura, stigma, discriminazione e accesso ai servizi.
Queste dimensioni interagiscono continuamente.
La sofferenza non può quindi essere adeguatamente compresa concentrandosi esclusivamente sul corpo o esclusivamente sulla psicologia individuale.
Errori clinici da evitare
Un professionista che lavora con persone transgender dovrebbe prestare attenzione ad alcuni possibili errori.
Patologizzare l’identità
Considerare automaticamente l’identità transgender come una malattia mentale rappresenta un’impostazione non coerente con l’attuale orientamento delle principali classificazioni internazionali.
Ridurre tutto alla transizione
Non tutte le difficoltà psicologiche della persona sono necessariamente riconducibili alla questione di genere.
Presumere un unico percorso
Non esiste una transizione standard valida per ogni persona.
Ignorare il contesto
Discriminazione, rifiuto e stigma possono avere un ruolo importante nella sofferenza.
Trascurare le comorbilità
Un approccio non patologizzante non significa ignorare depressione, ansia, trauma, autolesionismo o altri problemi clinici quando presenti.
Confondere valutazione e giudizio
La valutazione psicologica dovrebbe servire a comprendere bisogni, rischi, risorse e obiettivi, non a giudicare la legittimità dell’identità della persona.
Disforia di genere e autodeterminazione
Uno dei principi centrali dell’assistenza contemporanea riguarda il rispetto dell’autodeterminazione.
La persona dovrebbe essere aiutata a comprendere le diverse possibilità disponibili e a prendere decisioni consapevoli rispetto al proprio percorso.
Il ruolo del professionista non consiste nel decidere quale identità la persona debba assumere, ma nel fornire uno spazio clinico competente nel quale possano essere esplorati:
- bisogni;
- aspettative;
- paure;
- ambivalenze;
- conseguenze delle diverse scelte;
- risorse disponibili;
- eventuali fattori di rischio.
Questo approccio consente di integrare autonomia e responsabilità clinica.
La de-patologizzazione e il ruolo della psicologia
La progressiva de-patologizzazione delle identità transgender non implica una diminuzione dell’importanza della psicologia.
Al contrario, rende necessario un modello clinico più sofisticato.
Lo psicologo può intervenire sulle conseguenze psicologiche dell’incongruenza, sul disagio corporeo, sulle difficoltà relazionali, sullo stress sociale e sulle eventuali condizioni psicopatologiche.
L’attenzione si sposta quindi dalla domanda:
“L’identità transgender è una patologia?”
alla domanda clinicamente più utile:
“Quale sofferenza sta vivendo questa persona e di quale tipo di supporto ha bisogno?”
Questa prospettiva permette di mantenere insieme rigore scientifico, competenza clinica e rispetto della persona.
Quando rivolgersi a uno psicologo
Un supporto psicologico può essere utile quando la persona sperimenta:
- forte disagio rispetto al proprio corpo;
- sofferenza legata all’identità di genere;
- ansia o depressione;
- difficoltà familiari;
- isolamento sociale;
- problemi relazionali;
- esperienze di discriminazione;
- difficoltà scolastiche o lavorative;
- problemi di autostima;
- esperienze traumatiche;
- difficoltà nel processo decisionale relativo alla transizione.
La richiesta di aiuto psicologico non significa necessariamente che l’identità della persona sia patologica.
Può semplicemente rappresentare la necessità di avere uno spazio professionale nel quale affrontare una fase complessa della propria vita.
Conclusioni
La disforia di genere rappresenta un tema clinico complesso che richiede un approccio multidimensionale.
La distinzione tra identità transgender, incongruenza di genere e disforia di genere è fondamentale per evitare interpretazioni riduttive. L’identità transgender non costituisce di per sé una malattia mentale; la disforia di genere riguarda invece una condizione caratterizzata da un disagio clinicamente significativo associato all’incongruenza tra genere vissuto e sesso assegnato alla nascita.
Il passaggio dalle classificazioni storiche alle formulazioni contemporanee del DSM-5-TR e dell’ICD-11 testimonia un’importante evoluzione concettuale. Il DSM-5-TR mantiene una categoria diagnostica centrata sulla sofferenza clinica, mentre l’ICD-11 colloca l’incongruenza di genere nell’ambito delle condizioni relative alla salute sessuale.
Dal punto di vista psicologico, l’obiettivo non è modificare l’identità della persona, ma comprendere la sua esperienza e intervenire sulle eventuali condizioni di sofferenza.
La valutazione dovrebbe essere individualizzata e tenere conto del corpo, della storia personale, delle relazioni familiari, dell’ambiente sociale, delle eventuali esperienze di stigma e delle condizioni psicopatologiche associate.
Un approccio biopsicosociale, multidisciplinare e rispettoso dell’autodeterminazione permette di affrontare il tema in maniera più adeguata alla complessità delle esperienze individuali.
In definitiva, lavorare clinicamente sulla disforia di genere significa mettere al centro non una categoria diagnostica astratta, ma la persona, la sua storia, il suo contesto e i suoi bisogni psicologici e sanitari.
Bibliografia
- American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. DSM-5-TR, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2023.
- American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.
- Benjamin H., Il fenomeno transessuale, traduzione italiana e contributi sulla sessuologia clinica, Roma.
- Coleman E., Radix A.E., Bouman W.P. et al., Standard di cura per la salute delle persone transgender e gender diverse, versione 8, International Journal of Transgender Health, 2022.
- Di Ceglie D., Disturbi dell’identità di genere nell’infanzia e nell’adolescenza, contributi di psicologia e psichiatria dell’età evolutiva.
- Hirschfeld M., I travestiti. Un’indagine sull’impulso erotico al travestimento, Berlino, 1910.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, Classificazione internazionale delle malattie – ICD-11, OMS, Ginevra.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, Incongruenza di genere e salute delle persone transgender nella classificazione ICD, OMS, Ginevra.
- World Professional Association for Transgender Health (WPATH), Standard di cura per la salute delle persone transgender e gender diverse, versione 8, 2022.
- Zucker K.J., Lawrence A.A., Kreukels B.P.C., Gender dysphoria in children and adolescents, contributi scientifici sulla disforia di genere in età evolutiva.
- Drescher J., Pula J., Depathologizing gender identity disorders in DSM-5, prospettive sulla progressiva de-patologizzazione delle identità transgender.
- Lev A.I., Transgender Emergence: Therapeutic Guidelines for Working with Gender-Variant People and Their Families, riferimento clinico per il lavoro psicologico con persone transgender e famiglie.
- Meyer I.H., Pregiudizio, stress sociale e salute mentale nelle minoranze sessuali e di genere, contributi scientifici sul modello dello stress di minoranza.
- Testa R.J., Habarth J., Peta J., Balsam K., Bockting W., Development of the Gender Minority Stress and Resilience Measure, ricerca sui fattori di stress e resilienza nelle minoranze di genere.
- Coleman E., Bockting W., Botzer M. et al., Norme di cura per la salute delle persone transessuali, transgender e con non conformità di genere, World Professional Association for Transgender Health.
FAQ sulla disforia di genere
La disforia di genere indica una condizione caratterizzata da un disagio clinicamente significativo associato all’incongruenza tra il genere vissuto e il sesso assegnato alla nascita. Non coincide con l’essere transgender: un’identità transgender, infatti, non costituisce di per sé una patologia mentale.
L’identità transgender riguarda il modo in cui una persona vive e percepisce il proprio genere, mentre la disforia di genere riguarda la presenza di una sofferenza clinicamente significativa associata all’incongruenza di genere. Non tutte le persone transgender sperimentano disforia.
L’identità transgender non è considerata una malattia mentale. Nel DSM-5-TR la disforia di genere è una diagnosi riferita alla presenza di disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento associati all’incongruenza di genere. L’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha invece collocato l’incongruenza di genere nell’ambito delle condizioni relative alla salute sessuale.
Le manifestazioni possono comprendere un forte disagio rispetto alle caratteristiche sessuali del proprio corpo, il desiderio di possedere caratteristiche sessuali associate a un altro genere oppure il desiderio di essere riconosciuti e trattati socialmente secondo il genere vissuto. La valutazione considera anche l’intensità e la durata del disagio.
Nel DSM-5-TR, per adolescenti e adulti, le manifestazioni considerate nei criteri diagnostici devono essere presenti per almeno sei mesi e devono essere associate a disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento.
Sì. Il DSM-5-TR prevede criteri specifici per l’infanzia. Tuttavia, il semplice interesse per giochi, abiti o attività tradizionalmente associati all’altro genere non è sufficiente per formulare una diagnosi.
I due concetti sono correlati ma non completamente sovrapponibili. Il DSM-5-TR utilizza il termine disforia di genere e pone l’accento sul disagio clinicamente significativo. L’ICD-11 utilizza invece il concetto di incongruenza di genere e lo colloca nel capitolo relativo alla salute sessuale.
Non esiste una singola causa in grado di spiegare tutte le esperienze di disforia di genere. La comprensione clinica può considerare l’interazione di fattori biologici, psicologici, evolutivi e sociali, evitando spiegazioni semplicistiche.
In alcune persone possono essere presenti disturbi d’ansia, depressione, sintomi post-traumatici o altre difficoltà psicologiche. Queste condizioni devono essere valutate individualmente e non devono essere automaticamente attribuite all’identità di genere.
Il minority stress è lo stress aggiuntivo che può derivare dall’appartenenza a un gruppo socialmente stigmatizzato. Nel caso delle persone transgender può essere associato a discriminazione, rifiuto, bullismo, isolamento o altre esperienze negative.
Lo psicologo può aiutare la persona a comprendere la propria esperienza, affrontare il disagio psicologico, gestire eventuali sintomi di ansia o depressione, elaborare esperienze traumatiche e sviluppare strategie di coping. Il percorso dovrebbe essere individualizzato e rispettoso dell’autodeterminazione.
La psicoterapia non dovrebbe essere utilizzata con l’obiettivo di modificare o eliminare un’identità transgender. Il suo scopo è sostenere il benessere psicologico della persona e affrontare eventuali condizioni di sofferenza o difficoltà relazionali e sociali.
No. Le persone transgender possono compiere scelte molto diverse. Alcune possono desiderare una transizione sociale, altre possono prendere in considerazione trattamenti ormonali o chirurgici, mentre altre ancora possono non desiderare interventi medici.
No. Il disturbo da dismorfismo corporeo riguarda una preoccupazione persistente per difetti o imperfezioni dell’aspetto fisico, mentre la disforia di genere è associata all’incongruenza tra genere vissuto e sesso assegnato alla nascita. Le due condizioni possono comunque coesistere.
Il DSM-5-TR mantiene la categoria diagnostica della disforia di genere, centrata sul disagio clinicamente significativo. L’ICD-11 utilizza il concetto di incongruenza di genere e lo ha trasferito fuori dal capitolo dei disturbi mentali, collocandolo tra le condizioni relative alla salute sessuale.
È opportuno valutare un supporto psicologico quando sono presenti disagio significativo, difficoltà nel rapporto con il corpo, ansia, depressione, problemi familiari o relazionali, isolamento, esperienze di discriminazione o difficoltà nel gestire le decisioni relative al proprio percorso.
DISCLAIMER: Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono in alcun modo la valutazione, la diagnosi o il trattamento da parte di uno psicologo, di uno psicoterapeuta, di un medico o di un altro professionista sanitario qualificato. Se il disagio emotivo sperimentato è intenso, persistente o compromette il benessere personale, relazionale, sociale o lavorativo, è consigliabile rivolgersi a un professionista della salute mentale per una valutazione personalizzata e l’eventuale avvio di un percorso di supporto psicologico o psicoterapeutico.
