I disturbi d’ansia in età evolutiva
I disturbi d’ansia rappresentano una delle condizioni psicopatologiche più diffuse nell’infanzia e nell’adolescenza. L’ansia può essere definita come un fenomeno complesso e multidimensionale, che coinvolge simultaneamente aspetti fisiologici, cognitivi e comportamentali.
Dal punto di vista fisico, l’ansia si manifesta frequentemente attraverso sintomi quali sudorazione intensa, arrossamento del volto, tremori, rigidità muscolare, aumento della frequenza cardiaca e disturbi dell’apparato gastrointestinale. Sul piano comportamentale, è comune osservare strategie di evitamento o fuga da situazioni percepite come minacciose. La dimensione cognitiva, invece, comprende pensieri disfunzionali e convinzioni irrazionali, come aspettative rigide verso sé stessi e gli altri, catastrofizzazioni, giudizi globali negativi, intolleranza alla frustrazione, autosvalutazione e una marcata insicurezza rispetto alle proprie capacità decisionali.
È fondamentale distinguere concettualmente tra paura, ansia e fobia. La paura costituisce una risposta emotiva a un pericolo reale e immediato; l’ansia, invece, riguarda un’eccessiva anticipazione delle possibili conseguenze negative di un evento futuro; la fobia si caratterizza per una reazione sproporzionata e persistente, accompagnata da evitamento, nei confronti di stimoli o situazioni che non presentano un pericolo oggettivo.
Nel DSM-5 i disturbi d’ansia sono trattati in una sezione specifica e includono, tra gli altri, la fobia specifica, la fobia sociale, il disturbo di panico, l’agorafobia, il disturbo d’ansia da separazione, il mutismo selettivo e il disturbo d’ansia generalizzato. Pur nella loro eterogeneità clinica, tali condizioni condividono la presenza di una paura o ansia eccessiva, spesso associata a comportamenti di evitamento rispetto a minacce percepite. La paura è orientata al presente, mentre l’ansia è legata all’attesa di un pericolo futuro.
Dal punto di vista etimologico, il termine “ansia” deriva dal latino angor, che richiama l’idea di costrizione o soffocamento. In senso psicologico, l’ansia indica un insieme di reazioni cognitive, fisiologiche e comportamentali che emergono quando un individuo percepisce uno stimolo come minaccioso e ritiene di non possedere risorse adeguate per fronteggiarlo.
Cos’è l’ansia da separazione
L’ansia da separazione è una risposta emotiva fisiologica nei bambini tra gli 8 e i 24 mesi di vita. Quando però tale reazione persiste oltre questa fase evolutiva, oppure ricompare in età successive, può assumere caratteristiche clinicamente rilevanti e configurarsi come un disturbo.
Questa forma di ansia è frequentemente associata a modalità di attaccamento insicuro nei confronti delle figure genitoriali. In alcuni casi, tale insicurezza deriva da relazioni caratterizzate da iperprotezione eccessiva; in altri, da figure di accudimento emotivamente distanti, imprevedibili o percepite come inaffidabili.
Il disturbo può proseguire durante l’adolescenza e l’età adulta, manifestandosi con modalità differenti. In età adulta, l’ansia da separazione rappresenta un fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di attacchi di panico. È più frequente in soggetti con familiarità per disturbi d’ansia o panico, oppure in persone che hanno vissuto esperienze traumatiche di separazione, come lutti significativi o abbandoni.
Trattamento dell’ansia da separazione
L’intervento psicoterapeutico rappresenta generalmente il trattamento di prima scelta e risulta spesso più efficace rispetto alla sola terapia farmacologica. Il lavoro clinico si concentra prevalentemente sulla relazione di attaccamento e sulla ristrutturazione delle modalità con cui il bambino vive il distacco dalle figure significative.
Esperienze di separazione graduale, vissute in un clima emotivamente rassicurante, possono favorire lo sviluppo di una maggiore sicurezza interna. In questo percorso risultano utili anche il supporto di figure familiari o amicali, l’utilizzo di oggetti transizionali e il coinvolgimento del bambino in attività fisiche che rafforzino il senso di competenza personale.
Quando l’età lo consente e la sintomatologia è particolarmente intensa, può essere valutato un intervento farmacologico. I farmaci più utilizzati sono gli antidepressivi SSRI, in particolare quelli autorizzati per l’età pediatrica, come la sertralina nei bambini sopra i sei anni. L’impiego di questi farmaci è legato alla componente ossessiva delle preoccupazioni relative alla separazione. Gli ansiolitici, come le benzodiazepine, hanno un ruolo più limitato e devono essere utilizzati con cautela, poiché nei bambini possono talvolta provocare reazioni paradosse, come agitazione e difficoltà attentive.
La teoria dell’attaccamento
Le prime teorie psicoanalitiche attribuivano l’origine delle nevrosi alle esperienze infantili legate alle figure di accudimento, sottolineando come una carenza prolungata di cure potesse favorire lo sviluppo di problematiche emotive e comportamentali. Successivamente, la teoria dell’attaccamento ha ampliato questa prospettiva, introducendo l’idea di un sistema innato orientato alla ricerca di protezione e sicurezza.
Fin dalla nascita, il bambino dispone di schemi comportamentali finalizzati a mantenere la vicinanza con la figura di riferimento, soprattutto in situazioni percepite come pericolose. Il sistema dell’attaccamento svolge una funzione regolativa, permettendo di ristabilire un equilibrio emotivo attraverso il contatto con la figura di accudimento. Il bisogno di vicinanza non è quindi secondario ad altri bisogni, ma rappresenta una motivazione primaria legata alla sopravvivenza e alla sicurezza.
Le aspettative interiorizzate rispetto alla disponibilità e alla risposta delle figure significative influenzano profondamente il modo in cui l’individuo affronterà eventi stressanti nel corso della vita.
Le principali tipologie di attaccamento
Un attaccamento sicuro si sviluppa quando il bambino sperimenta una figura genitoriale sensibile e responsiva ai suoi bisogni. In questi casi, il piccolo esplora l’ambiente con fiducia, sapendo di poter contare su una base sicura in caso di necessità.
Al contrario, una figura genitoriale rifiutante o svalutante può favorire lo sviluppo di un attaccamento evitante, caratterizzato da comportamenti di apparente autosufficienza e riduzione del contatto emotivo dopo esperienze di separazione.
Quando la figura di accudimento risulta imprevedibile, alternando disponibilità e rifiuto, il bambino può sviluppare un attaccamento insicuro-ansioso o ambivalente, manifestando comportamenti contraddittori, elevata intensità emotiva e difficoltà nell’esplorazione autonoma.
In presenza di gravi carenze di accudimento, maltrattamento o psicopatologia genitoriale, può instaurarsi un attaccamento disorganizzato, caratterizzato da risposte confuse, comportamenti contraddittori e difficoltà nel ricercare conforto in modo coerente.
Valutazione della qualità dell’attaccamento
La qualità dell’attaccamento può essere valutata nelle prime fasi dello sviluppo osservando le reazioni del bambino a situazioni di separazione e ricongiungimento con il genitore. In età adulta, invece, l’attaccamento viene esplorato attraverso l’analisi delle rappresentazioni mentali, utilizzando indicatori verbali e grafici.
Uno degli strumenti osservativi più utilizzati in età infantile è la procedura sperimentale che prevede una serie di brevi episodi di separazione e riunione tra il bambino, la madre e una persona estranea, in un ambiente strutturato. L’osservazione si concentra sulle modalità di esplorazione, sulle reazioni alla separazione e sui comportamenti messi in atto al momento del ricongiungimento.
Il disturbo d’ansia da separazione secondo il DSM-5
Nel DSM-5 il disturbo d’ansia da separazione rientra ufficialmente tra i disturbi d’ansia. La diagnosi si basa sull’anamnesi e sull’osservazione delle reazioni del bambino in situazioni di distacco dalle figure significative.
Il quadro clinico è caratterizzato da un’ansia eccessiva e persistente legata alla separazione, che deve durare almeno quattro settimane nei bambini e sei mesi negli adolescenti, causando un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento sociale e scolastico.
Sul piano cognitivo, i bambini con ansia da separazione presentano pensieri ricorrenti legati al timore che i genitori possano ammalarsi, morire o non fare ritorno. Tali preoccupazioni si associano spesso a comportamenti di controllo e ricerca di rassicurazione, come il desiderio di contattare frequentemente la madre, il rifiuto di dormire fuori casa o di partecipare ad attività senza la presenza dei genitori. Non sono rari sintomi somatici come nausea, mal di stomaco, cefalea e vomito.
A differenza dell’ansia da separazione, il disturbo d’ansia generalizzato si presenta come uno stato di preoccupazione diffusa e pervasiva, non facilmente riconducibile a stimoli specifici, accompagnata da un costante bisogno di rassicurazione e da una marcata tendenza alla svalutazione di sé e delle proprie capacità.
FAQ – Disturbo d’ansia da separazione
Che cos’è il disturbo d’ansia da separazione?
È un disturbo d’ansia in cui la paura del distacco dalle figure di riferimento (genitori o caregiver) è eccessiva rispetto all’età e interferisce con scuola, vita sociale o routine quotidiana.
A che età è “normale” l’ansia da separazione?
Una certa ansia quando il genitore si allontana è frequente tra gli 8 e i 24 mesi circa. Se persiste oltre questo periodo, o ricompare più tardi con intensità marcata e limitante, può assumere significato clinico.
Quali sono i sintomi più comuni nei bambini?
Pianto e agitazione al momento del distacco, rifiuto di andare a scuola o dormire fuori, bisogno di rassicurazioni continue, pensieri che “succederà qualcosa” ai genitori e disturbi fisici come nausea, mal di pancia, mal di testa o vomito.
Quanto deve durare per parlare di disturbo (DSM-5)?
In generale, i sintomi devono essere persistenti e causare un disagio significativo o una compromissione del funzionamento. Nel DSM-5 la durata minima indicativa è di almeno 4 settimane nei bambini e 6 mesi negli adolescenti e negli adulti.
Qual è la differenza tra ansia da separazione e ansia generalizzata?
Nell’ansia da separazione la preoccupazione è centrata soprattutto sul distacco e sulla sicurezza delle figure di riferimento. Nell’ansia generalizzata la preoccupazione tende a essere più “diffusa”, riguarda molti ambiti (scuola, prestazioni, salute, futuro) ed è meno legata a un singolo evento come la separazione.
Quali fattori possono favorire l’ansia da separazione?
Tra i fattori di rischio si osservano eventi stressanti o separazioni traumatiche (lutti, ricoveri, cambiamenti importanti), vulnerabilità temperamentali e dinamiche relazionali che possono rinforzare l’insicurezza (iperprotezione o imprevedibilità nelle risposte).
Il disturbo d’ansia da separazione può continuare in adolescenza o età adulta?
Sì. In alcune persone può persistere o ripresentarsi in adolescenza e nell’età adulta, con manifestazioni diverse (ad esempio difficoltà a stare lontani dal partner o forte disagio quando si è soli) e può associarsi a un maggior rischio di attacchi di panico.
Come si cura il disturbo d’ansia da separazione?
La psicoterapia è generalmente il trattamento principale. Il lavoro clinico può includere strategie graduali di esposizione al distacco, potenziamento delle competenze di autoregolazione emotiva e interventi sul sistema familiare per ridurre i circoli di rassicurazione/evitamento che mantengono il problema.
I farmaci sono sempre necessari?
No. In molti casi non sono indispensabili. Quando i sintomi sono gravi e persistenti, e soprattutto se coesistono altre condizioni d’ansia, lo specialista può valutare l’opportunità di una terapia farmacologica (spesso con SSRI) integrata alla psicoterapia.
Quando è consigliabile chiedere una valutazione professionale?
È utile rivolgersi a uno specialista quando l’ansia del distacco dura nel tempo, limita la frequenza scolastica o le attività sociali, provoca sintomi fisici ricorrenti o crea un forte stress familiare nella gestione quotidiana.
