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I disturbi dello spettro autistico

    disturbi dello spettro autistico

    I disturbi dello spettro autistico

    INTRODUZIONE

    L’origine della parola “autismo” affonda nelle radici del greco antico: autós significa “sé stesso”. In ambito psichiatrico il termine fu introdotto nel 1911 da Eugen Bleuler per descrivere una condizione di ritiro interiore e isolamento, inizialmente considerata un tratto della schizofrenia.

    Qualche decennio dopo, nel 1943, Leo Kanner utilizzò lo stesso termine in un’accezione nuova per delineare l’autismo infantile, circoscrivendolo a un disturbo del neurosviluppo. Nella sua descrizione osservò undici bambini che presentavano caratteristiche peculiari del contatto affettivo e individuò due elementi cardine della condizione: difficoltà marcate e precoci nell’interazione sociale e una forte resistenza ai cambiamenti. Tale resistenza si accompagnava spesso a comportamenti stereotipati e ripetitivi, che i bambini utilizzavano come modalità per mantenere coerenza e sicurezza nel proprio mondo interno. Molti dei fenomeni descritti da Kanner continuano a rappresentare elementi clinici riconoscibili ancora oggi.

    CRITERI DIAGNOSTICI DEL DSM-5 PER IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO

    Con la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), l’autismo viene concettualizzato come una condizione a spettro, cioè come un insieme diversificato di manifestazioni che variano notevolmente per intensità e per impatto sul funzionamento quotidiano. Tale impostazione si discosta dai criteri dell’ICD-10 e supera la precedente frammentazione in singole diagnosi (come la Sindrome di Asperger), integrandole in un continuum.

    Il DSM-5 definisce due aree principali su cui si fonda la diagnosi negli adulti:

    • deficit persistenti nella comunicazione e nell’interazione sociale;
    • presenza di comportamenti e interessi ristretti, ripetitivi o stereotipati.

    I segnali devono essere presenti fin dall’infanzia, anche se in alcuni casi diventano evidenti solo quando le richieste sociali superano le capacità della persona o vengono mascherati da strategie apprese, come il masking. Al momento della diagnosi è inoltre necessario indicare il livello di supporto richiesto.

    CRITERIO A: COMUNICAZIONE E INTERAZIONE SOCIALE

    Per soddisfare questo criterio, devono essere compromessi in modo significativo e costante tre aspetti fondamentali:

    1. Reciprocità socio-emotiva
      Difficoltà nel partecipare allo scambio interpersonale in modo spontaneo e adeguato. La persona può non rispondere ai tentativi di interazione o non cercare attivamente il contatto sociale. Il linguaggio, se presente, può essere utilizzato principalmente per richiedere o denominare, non per condividere pensieri ed emozioni.
    2. Comunicazione non verbale
      Anomalie nell’uso dei gesti, nell’intonazione, nell’espressione facciale, nell’orientamento del corpo o nel contatto visivo. Queste modalità comunicative possono essere scarse, assenti o non coerenti con il linguaggio verbale.
    3. Sviluppo e gestione delle relazioni
      Difficoltà a instaurare e mantenere relazioni adeguate all’età. Il gioco condiviso è spesso limitato durante l’infanzia e le interazioni sociali possono risultare macchinose, poco intuitive o inappropriate. Ironia, sarcasmo e linguaggio figurato vengono frequentemente fraintesi.

    CRITERIO B: COMPORTAMENTI RIPETITIVI E INTERESSI RISTRETTI

    Per questo criterio è necessario che siano presenti almeno due tra le seguenti manifestazioni:

    • movimenti, uso di oggetti o linguaggio ripetitivi
      Ad esempio stereotipie motorie (battere le mani), ecolalia, allineamento di oggetti.
    • rigidità comportamentale e difficoltà ad accettare cambiamenti
      Routine rigide, rituali verbali e non verbali, forte disagio nei confronti delle variazioni anche minime.
    • interessi particolarmente intensi o circoscritti
      Temi specifici e approfonditi (es. orari dei trasporti, date, classificazioni), che possono diventare punti di forza nella vita adulta.
    • alterazioni nella risposta agli stimoli sensoriali
      Iper-reattività o ipo-reattività nei confronti di suoni, luci, consistenze, odori, oppure un interesse accentuato verso specifiche sensazioni.

    Il DSM-5 indica inoltre caratteristiche frequentemente associate (ad esempio disabilità intellettiva, difficoltà nel linguaggio, ansia, depressione o comportamenti autolesivi), pur non costituendo criteri diagnostici essenziali.

    CRITERI C, D ed E

    • I sintomi devono essere presenti nella prima infanzia, anche se la loro manifestazione può modificarsi nel tempo.
    • Le difficoltà devono interferire in modo significativo con la vita sociale, lavorativa o personale.
    • Le manifestazioni non possono essere spiegate esclusivamente da disabilità intellettiva o ritardo globale dello sviluppo, pur potendo coesistere con essi.

    La diagnosi richiede la specificazione di eventuali comorbidità mediche, genetiche o ambientali e del livello di linguaggio e funzionamento intellettivo.

    LIVELLI DI GRAVITÀ

    Il DSM-5 utilizza tre livelli per indicare l’entità del supporto necessario. I livelli vengono valutati separatamente per comunicazione sociale e comportamenti ristretti/ripetitivi:

    • Livello 3: necessità di supporto molto significativo.
      Gravi difficoltà comunicative e forti rigidità comportamentali, che interferiscono pesantemente con la vita quotidiana.
    • Livello 2: necessità di supporto significativo.
      Compromissioni evidenti nell’interazione e nella flessibilità, con una comunicazione limitata e spesso anomala.
    • Livello 1: necessità di supporto.
      La persona presenta difficoltà nelle interazioni spontanee e nella gestione dei cambiamenti, pur possedendo competenze linguistiche più articolate.

    DAL DSM-IV-R AL DSM-5: LE PRINCIPALI NOVITÀ

    La precedente classificazione dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (PDD) è stata sostituita da un’unica etichetta diagnostica: Disturbo dello Spettro Autistico. Sono stati eliminati sottotipi come Sindrome di Asperger o Disturbo Pervasivo dello Sviluppo NAS, considerati ora come diverse espressioni della medesima condizione.

    La “triade sintomatologica” del DSM-IV-R è stata riformulata in una diade:

    • comunicazione/interazione sociale;
    • comportamenti/interessi ristretti e ripetitivi.

    Un’importante innovazione riguarda l’introduzione della dimensione sensoriale tra i criteri diagnostici, riconoscendo l’impatto significativo di ipo- o iper-reattività sensoriali.

    La definizione dell’età di esordio è ora più flessibile e indica genericamente la “prima infanzia”.

    DIFFERENZE TRA DSM-5 E ICD-10

    L’ICD-10, ancora ampiamente utilizzato, continua a classificare l’autismo all’interno dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (F84), includendo categorie distinte come Autismo Infantile, Autismo Atipico e Sindrome di Asperger. L’impostazione differisce dal DSM-5, che ha abbandonato queste suddivisioni per una visione unitaria dello spettro autistico.

    SINDROME DI ASPERGER E DSM-5

    Nel DSM-5 la categoria diagnostica “Sindrome di Asperger” non è più presente come entità separata. Le sue caratteristiche vengono integrate nel continuum dello spettro, descritto in termini dimensionali e non più categoriali.

    AGGIORNAMENTI DEL DSM-5-TR

    La versione DSM-5-TR ha chiarito e ampliato alcuni aspetti:

    • terminologia più precisa e meno ambigua;
    • maggiore attenzione alle differenze di genere e alle presentazioni ad alto funzionamento;
    • approfondimento della distinzione tra ASD e Disturbo della Comunicazione Sociale;
    • miglior definizione delle comorbidità e dei livelli di supporto.

    Sono stati inoltre ampliati gli esempi clinici e i riferimenti alle differenze culturali.

    L’AUTISMO NEL CORSO DELLA VITA

    L’autismo non è una condizione limitata all’infanzia, ma un profilo neurodivergente stabile lungo l’intero arco di vita. Durante l’adolescenza e l’età adulta emergono bisogni differenti, tra cui:

    • gestione delle relazioni interpersonali;
    • percorso scolastico e lavorativo;
    • affettività e sessualità;
    • autonomia.

    Comorbidità come ansia, depressione o ADHD possono accentuare le difficoltà, rendendo fondamentale un supporto multidisciplinare.

    VALUTAZIONE PSICODIAGNOSTICA IN ADOLESCENZA E ETÀ ADULTA

    La diagnosi in età adolescenziale e adulta richiede un approccio integrato, basato su:

    • osservazione clinica;
    • anamnesi evolutiva;
    • strumenti standardizzati.

    Tra i più utilizzati:

    • ADOS-2 (moduli 3 e 4);
    • ADI-R;
    • test di screening (RAADS-R, AQ);
    • Vineland-3 per il funzionamento adattivo;
    • WAIS-IV o Leiter-3 per il profilo cognitivo;
    • SCID-5 o MINI per le comorbidità.

    INTERVENTI NELL’ETÀ ADULTA

    L’obiettivo dell’intervento non è modificare la natura della persona, ma favorire qualità della vita, autonomia e partecipazione sociale.

    Gli approcci basati sull’evidenza includono:

    • interventi psicoeducativi e abilitativi (ABA, TEACCH);
    • training sulle abilità sociali;
    • psicoterapia con adattamenti specifici (CBT, approcci metacognitivi);
    • supporto ai contesti di vita quotidiana, lavorativi e abitativi.

    INCLUSIONE SOCIALE E DIRITTI IN ITALIA

    La normativa italiana tutela i diritti delle persone con ASD lungo tutto il percorso di vita. Tra i principali riferimenti:

    • Legge 104/1992;
    • Legge 68/1999 sul collocamento mirato;
    • Legge 134/2015 sull’autismo;
    • Linee di indirizzo nazionali (2018);
    • Piano Nazionale per l’Autismo (2022).

    Tali strumenti promuovono integrazione, progettualità personalizzata e supporto alle famiglie.

    LA TRANSIZIONE AI SERVIZI PER ADULTI

    Il passaggio dalla neuropsichiatria infantile ai servizi per adulti rappresenta spesso un punto critico. Le linee guida raccomandano un percorso strutturato, con:

    • piano di transizione definito con anticipo;
    • incontri tra équipe pediatriche e dell’età adulta;
    • coinvolgimento della persona e dei familiari.

    CONCLUSIONI

    Il Disturbo dello Spettro Autistico richiede una visione globale e continuativa, che attraversi tutte le fasi della vita. Diagnosi accurate, interventi personalizzati e una rete di servizi coordinati sono fondamentali per promuovere autonomia, benessere e inclusione. Riconoscere la neurodiversità significa valorizzare la complessità delle persone e sostenere le loro competenze e aspirazioni.


    Riferimenti bibliografici

    American Psychiatric Association (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth Edition, Text Revision (DSM-5-TR). Washington, DC.

    Istituto Superiore di Sanità (2018). Linee guida per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adulti. Roma.

    Ministero della Salute (2018). Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nei disturbi dello spettro autistico.

    Ministero della Salute (2022). Piano di Azione Nazionale per l’Autismo.

    Lai, M.-C., Kassee, C., Besney, R., Bonato, S., Hull, L., Mandy, W., … & Ameis, S. H. (2020). Prevalence of co-occurring mental health diagnoses in the autism population: A systematic review and meta-analysis. The Lancet Psychiatry, 7(5), 404–417.

    Lord, C., Elsabbagh, M., Baird, G., & Veenstra-VanderWeele, J. (2020). Autism spectrum disorder. The Lancet, 395(10242), 508–520.

    Vivanti G. et al. (2013). Towards the DSM-5 Criteria for Autism: Clinical, Cultural, and Research Implications.

    DSM-5-TR – Elenco delle categorie diagnostiche e disturbi

    FAQ

    Domande frequenti sull’autismo (FAQ)

    1. Che cos’è l’autismo?

    L’autismo, o Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), è una condizione neuroevolutiva caratterizzata da difficoltà persistenti nella comunicazione e nell’interazione sociale e da pattern di comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi, con esordio precoce e manifestazioni variabili nel tempo.

    2. Quali sono i primi segnali di autismo nel bambino?

    I segnali precoci includono ritardo o anomalie nel linguaggio, scarsa risposta al proprio nome, ridotto contatto oculare, difficoltà nel gioco imitativo e comportamenti ripetitivi o ritualistici. La variabilità è ampia e i sintomi possono emergere gradualmente.

    3. L’autismo può essere diagnosticato in età adulta?

    Sì. Molte persone ricevono la diagnosi solo in età adulta, spesso dopo un percorso lungo e complesso. L’identificazione tarda avviene quando le difficoltà sociali, relazionali o lavorative diventano evidenti o quando viene diagnosticato un familiare.

    4. Come si effettua la diagnosi di autismo?

    La diagnosi è clinica e multidisciplinare. Prevede osservazione diretta, colloqui con i caregiver, utilizzo di strumenti standardizzati come ADOS-2 e ADI-R e valutazione delle competenze cognitive, linguistiche e adattive.

    5. Quali sono le cause dell’autismo?

    L’autismo ha un’eziologia multifattoriale. È implicato un intreccio di fattori genetici e neurobiologici; non esistono prove scientifiche che lo associno a vaccini, stili di vita o pratiche educative.

    6. Esistono diversi livelli di gravità?

    Sì. Il DSM-5 identifica livelli di supporto necessari, dal livello 1 al livello 3, basati sull’impatto che le difficoltà comunicative e i comportamenti ripetitivi hanno sul funzionamento quotidiano.

    7. L’autismo è curabile?

    Non esiste una cura intesa come eliminazione della condizione, ma interventi mirati possono migliorare significativamente qualità di vita, autonomia, competenze sociali e funzionamento globale.

    8. Quali interventi sono più efficaci?

    Interventi basati sull’evidenza includono terapia comportamentale ABA, interventi evolutivi, logopedia, terapia occupazionale, psicoterapia individuale orientata alle difficoltà sociali, training sulle abilità sociali e supporto familiare.

    9. L’autismo presenta comorbilità?

    Sì. Frequenti comorbilità includono ADHD, ansia, depressione, disturbi del sonno, disturbi del linguaggio, disprassia ed epilessia. La gestione clinica richiede un approccio integrato.

    10. Come si manifesta l’autismo nell’adulto?

    Negli adulti possono prevalere difficoltà sociali sottili, rigidità comportamentale, sensibilità sensoriali, ansia sociale, fatica cognitiva, bisogno di routine e interessi intensi e specializzati. Molti adulti sviluppano strategie compensative che mascherano i sintomi.

    11. Che ruolo hanno le sensibilità sensoriali?

    Le alterazioni sensoriali sono comuni e possono includere iper- o ipo-sensibilità a suoni, luci, consistenze e odori. Possono influenzare comportamento e benessere quotidiano.

    12. L’autismo è ereditabile?

    La ricerca indica una forte componente genetica. Non si eredita un singolo gene, ma una combinazione di varianti genetiche che aumentano la probabilità di sviluppare la condizione.

    13. Un bambino autistico può frequentare la scuola tradizionale?

    Sì. Con misure di supporto educativo adeguate, personalizzazione del percorso e collaborazione tra scuola, famiglia e specialisti, molti bambini riescono a integrarsi efficacemente.

    14. Come supportare un bambino autistico a casa?

    È utile creare routine chiare, usare supporti visivi, favorire la comunicazione alternativa, rinforzare i progressi, modulare gli stimoli sensoriali e collaborare con i professionisti coinvolti.

    15. L’autismo incide sulle relazioni affettive e di coppia?

    Può influire sulla comunicazione emotiva, sulla gestione dei conflitti e sulla comprensione reciproca, ma con consapevolezza, supporto psicologico e strategie mirate è possibile costruire relazioni soddisfacenti.

    16. Le persone autistiche possono lavorare?

    Sì. Molte persone autistiche hanno competenze eccellenti in settori specifici. Con accomodamenti ragionevoli e ambienti inclusivi, l’inserimento lavorativo può essere altamente positivo.

    17. Come gestire le crisi comportamentali?

    È fondamentale comprendere i fattori scatenanti, garantire sicurezza, mantenere un tono calmo e introdurre strategie di autoregolazione. Interventi preventivi e personalizzati riducono la frequenza delle crisi.

    18. Autismo e comunicazione: è sempre presente ritardo linguistico?

    No. Alcuni bambini presentano ritardi o atipie nel linguaggio, altri hanno linguaggio formale avanzato ma difficoltà pragmatiche e nella comprensione delle implicature sociali.

    19. È utile la psicoterapia per gli adulti autistici?

    Sì. Approcci sensibili al framework della neurodiversità, orientati alla regolazione emotiva, alla gestione dell’ansia e allo sviluppo di abilità sociali, possono essere molto efficaci.

    20. Come parlare con un bambino del suo autismo?

    Con linguaggio semplice, rispettoso e rassicurante. È utile valorizzare i punti di forza, fornire una spiegazione chiara del funzionamento neurodiverso e promuovere un’identità positiva e non stigmatizzante.

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