La Generazione AI indica bambini e adolescenti che crescono con l’intelligenza artificiale integrata nella vita quotidiana (assistenti vocali, chatbot, algoritmi e tutor digitali). A differenza dei nativi digitali, i nativi AI non usano solo la tecnologia: apprendono e si relazionano con sistemi adattivi, con possibili effetti su autonomia, pensiero critico e sviluppo emotivo.
L’impatto dell’IA sui processi di sviluppo psicologico
Negli ultimi decenni, il legame tra le nuove generazioni e la tecnologia ha subito cambiamenti radicali, influenzando in modo rilevante lo sviluppo cognitivo, emotivo, relazionale e identitario. Dalla diffusione iniziale di Internet e dei personal computer, passando per l’uso massivo di smartphone e piattaforme social, fino all’attuale presenza diffusa dei sistemi di intelligenza artificiale, ogni passaggio ha contribuito a trasformare le modalità attraverso cui bambini e adolescenti apprendono, comunicano e costruiscono significati sulla propria esperienza.
In ambito psicologico e sociologico, per molti anni si è fatto riferimento al concetto di nativi digitali per descrivere le generazioni cresciute in ambienti tecnologicamente mediati. Oggi, tuttavia, questa definizione appare sempre meno adeguata a rappresentare la complessità del contesto attuale. L’ingresso dell’intelligenza artificiale nella quotidianità – spesso in forme invisibili, adattive e interattive – sta configurando un nuovo scenario evolutivo, che alcuni studiosi definiscono come generazione AI o nativi dell’intelligenza artificiale (AI-native generation).
I nativi digitali: nascita del concetto e tratti distintivi
L’espressione nativi digitali viene coniata nei primi anni Duemila per indicare coloro che sono cresciuti fin dall’infanzia in un ambiente caratterizzato dalla presenza stabile di computer, videogiochi, Internet e, successivamente, dispositivi mobili e social network. Per queste generazioni, la tecnologia non è percepita come uno strumento esterno da apprendere, ma come una componente strutturale della vita quotidiana.
Aspetti cognitivi e neuropsicologici
Numerosi studi hanno individuato alcune caratteristiche ricorrenti nei nativi digitali, tra cui:
- una maggiore esposizione al multitasking, spesso associata a una frammentazione dei processi attentivi;
- una predilezione per stimoli visivi, interattivi e multimodali rispetto a contenuti testuali lineari;
- modalità di apprendimento rapide, esperienziali e non necessariamente sequenziali;
- una minore tolleranza alla frustrazione, connessa alla logica dell’immediatezza e della gratificazione istantanea.
Dal punto di vista neuropsicologico, l’esposizione precoce a stimoli digitali rapidi e altamente gratificanti sembra aver inciso sui sistemi attentivi, sui circuiti motivazionali e sulle funzioni esecutive. Gli effetti, tuttavia, risultano eterogenei e dipendono da variabili quali l’età di esposizione, la qualità dei contenuti e il contesto educativo e familiare.
Relazioni sociali e costruzione dell’identità
Sul piano relazionale, i nativi digitali hanno sperimentato una progressiva integrazione tra dimensione online e offline. Le relazioni, soprattutto in adolescenza, vengono costruite e mantenute anche attraverso ambienti digitali, con effetti ambivalenti: da un lato l’ampliamento delle reti sociali, dall’altro una possibile riduzione della profondità emotiva e dell’intimità relazionale.
In una prospettiva sistemico-relazionale, la tecnologia digitale può essere considerata un vero e proprio “terzo attore” all’interno delle dinamiche familiari, capace di influenzare confini, alleanze e modalità comunicative tra genitori e figli. Il dispositivo tecnologico non è neutro, ma entra a pieno titolo nel sistema relazionale, contribuendo a modificarne gli equilibri.
Dalla società digitale alla società algoritmica
Negli ultimi anni si è assistito a un ulteriore passaggio evolutivo: dalla società digitale alla società algoritmica. Non si tratta più soltanto di utilizzare strumenti tecnologici, ma di vivere in contesti regolati da sistemi intelligenti capaci di apprendere dai dati, adattarsi ai comportamenti degli utenti e orientare scelte, preferenze e decisioni.
L’intelligenza artificiale nella vita quotidiana
L’intelligenza artificiale è oggi integrata in numerosi ambiti della vita quotidiana, tra cui:
- istruzione e apprendimento personalizzato;
- intrattenimento e social media;
- orientamento delle scelte di consumo;
- supporto alla salute fisica e psicologica.
A differenza delle tecnologie digitali tradizionali, l’AI non è uno strumento passivo, ma un interlocutore attivo, in grado di rispondere, dialogare e adattarsi. Questa caratteristica rappresenta una discontinuità rilevante rispetto al passato e solleva nuovi interrogativi sullo sviluppo psicologico delle giovani generazioni.
La generazione AI: chi sono i nativi dell’intelligenza artificiale
I cosiddetti nativi AI sono bambini e adolescenti che crescono in un ambiente in cui l’intelligenza artificiale è pervasiva, normalizzata e spesso invisibile. Interagire con assistenti virtuali, sistemi di raccomandazione o tutor intelligenti non costituisce per loro una novità, ma una condizione di base dell’esperienza quotidiana.
Differenze tra nativi digitali e nativi AI
Se i nativi digitali hanno imparato a utilizzare la tecnologia, i nativi AI apprendono insieme alla tecnologia. Le differenze principali riguardano:
- il passaggio da un’interazione strumentale a una relazione dialogica;
- la personalizzazione continua dell’esperienza;
- la delega cognitiva di funzioni come memoria, ricerca delle informazioni e problem solving;
- la tendenza ad attribuire caratteristiche umane ai sistemi artificiali.
Questi aspetti pongono interrogativi significativi sullo sviluppo dell’autonomia, del pensiero critico e del senso di agency, soprattutto nelle fasi evolutive più precoci.
Implicazioni cognitive e neuropsicologiche dell’IA in età evolutiva
L’esposizione precoce a sistemi di intelligenza artificiale può influenzare diversi processi cognitivi fondamentali:
- Memoria, con una possibile esternalizzazione del carico mnestico;
- Attenzione, sempre più orientata verso stimoli adattivi e personalizzati;
- Creatività, che può essere sia facilitata sia impoverita, a seconda delle modalità di utilizzo degli strumenti AI.
Dal punto di vista neuroscientifico, si ipotizza una riorganizzazione delle reti neurali coinvolte nella pianificazione, nella metacognizione e nel controllo inibitorio, soprattutto durante le fasi sensibili dello sviluppo.
Identità, soggettività e relazione con l’Altro artificiale
Uno degli aspetti più delicati riguarda la dimensione affettiva e simbolica della relazione con l’intelligenza artificiale. I nativi AI possono sviluppare forme di attaccamento verso sistemi percepiti come sempre disponibili, coerenti e privi di giudizio. In alcuni casi, l’IA viene vissuta come un interlocutore “sicuro”, capace di fornire risposte immediate e rassicuranti.
Da una prospettiva psicologica e sistemico-relazionale, emerge il rischio che l’IA assuma la funzione di oggetto relazionale sostitutivo, interferendo con lo sviluppo delle competenze emotive, della regolazione affettiva e della capacità di tollerare la complessità delle relazioni umane, caratterizzate da ambiguità, limiti e frustrazioni.
Famiglia, educazione e nuovi assetti relazionali
All’interno delle famiglie contemporanee, l’intelligenza artificiale entra come un ulteriore elemento del sistema relazionale. Genitori e figli si confrontano con asimmetrie di competenza tecnologica, ridefinizione delle funzioni educative e difficoltà nella regolazione dell’uso degli strumenti intelligenti.
Diventa centrale il lavoro sui confini, sulle regole condivise e sulla costruzione di significati comuni rispetto all’uso dell’IA, affinché essa non diventi un fattore di isolamento o di delega educativa, ma uno strumento mediato dalla relazione.
Il rischio dell’IA come sostituto del supporto psicologico in adolescenza
Un tema di particolare rilevanza clinica riguarda la crescente tendenza di alcuni adolescenti a utilizzare chatbot e sistemi di intelligenza artificiale come surrogati del supporto psicologico o psicoterapeutico.
La disponibilità continua, l’assenza di giudizio esplicito, la rapidità di risposta e l’apparente capacità empatica rendono questi strumenti particolarmente attrattivi per giovani che vivono solitudine, ansia, confusione identitaria o difficoltà relazionali.
Il rischio principale è rappresentato dall’illusione di una relazione di cura che, tuttavia, è priva degli elementi fondamentali dell’intervento terapeutico: responsabilità clinica, valutazione diagnostica, comprensione del contesto relazionale e capacità di contenere e trasformare il disagio all’interno di una relazione umana reale. Il sollievo ottenuto può essere immediato ma superficiale, senza favorire un reale processo di elaborazione e cambiamento.
L’uso dell’IA come interlocutore privilegiato può inoltre aggirare il sistema delle relazioni significative, riducendo l’attivazione delle risorse familiari, educative e terapeutiche. Il disagio viene così gestito in modo privatizzato, favorendo ritiro emotivo e possibili forme di dipendenza relazionale dall’IA.
A ciò si aggiunge l’assenza di una cornice etica e clinica strutturata: i sistemi di intelligenza artificiale non sono in grado di riconoscere adeguatamente situazioni di rischio elevato, come ideazione suicidaria, autolesionismo o gravi stati dissociativi, né di intervenire in modo responsabile e tempestivo.
Rischi psicologici emergenti e nuove forme di disagio
Accanto ai rischi specifici legati all’uso dell’IA come surrogato terapeutico, emergono nuove vulnerabilità psicologiche: dipendenza da sistemi intelligenti, ridotta tolleranza all’incertezza, isolamento sociale mediato dalla tecnologia e difficoltà nella costruzione di un’identità narrativa coerente. Questi fattori possono intrecciarsi con quadri ansiosi, depressivi e con nuove forme di ritiro sociale.
Risorse, potenzialità e prospettive cliniche
Accanto alle criticità, l’intelligenza artificiale offre anche opportunità significative: supporto all’apprendimento personalizzato, strumenti di auto-monitoraggio emotivo e facilitazione dell’accesso ai servizi di salute mentale. In ambito clinico, l’Intelligenza Artificiale può rappresentare un mediatore utile, a condizione che sia integrata in modo critico, eticamente orientato e sempre subordinato alla relazione terapeutica umana.
Considerazioni conclusive
Il passaggio dai nativi digitali ai nativi dell’intelligenza artificiale rappresenta un cambiamento di portata antropologica che interroga profondamente la psicologia clinica, la psicoterapia e le scienze umane. La sfida non consiste né nel demonizzare né nel mitizzare l’IA, ma nel comprenderne l’impatto sistemico sullo sviluppo umano.
Per i professionisti della salute mentale diventa essenziale integrare competenze cliniche, consapevolezza tecnologica e sensibilità etica, accompagnando le nuove generazioni nella costruzione di un rapporto consapevole, critico e autenticamente umano con l’intelligenza artificiale.
DOMANDE FREQUENTI SULLA GENERAZIONE AI E SULL’USO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
La Generazione AI indica bambini e adolescenti che crescono con l’intelligenza artificiale integrata nella vita quotidiana, attraverso chatbot, assistenti vocali, algoritmi di raccomandazione e strumenti educativi adattivi. Per loro l’IA non è un’innovazione eccezionale, ma un contesto stabile che orienta apprendimento, attenzione e modalità relazionali.
I nativi digitali sono cresciuti con Internet, smartphone e social media come strumenti da usare. I nativi AI, invece, interagiscono con sistemi che rispondono, apprendono e personalizzano contenuti: non si limitano a utilizzare la tecnologia, ma imparano e prendono decisioni in ambienti “guidati” da algoritmi.
L’IA può incidere su memoria, attenzione e funzioni esecutive perché fornisce risposte rapide e personalizzate, riducendo talvolta l’allenamento alla ricerca autonoma e alla tolleranza della fatica cognitiva. Gli effetti dipendono da età, qualità dei contenuti, tempo di utilizzo e mediazione educativa.
La delega cognitiva è la tendenza ad affidare a strumenti esterni funzioni mentali come ricordare, cercare informazioni, pianificare o risolvere problemi. Con l’IA questo processo può aumentare perché il sistema propone soluzioni immediate, con il rischio di ridurre verifica delle fonti e pensiero critico.
Sì. Un’interazione percepita come sempre disponibile e non giudicante può dare sollievo emotivo immediato. Tuttavia, se sostituisce il confronto con relazioni reali, può ostacolare l’apprendimento di competenze come gestione del conflitto, riparazione, tolleranza della frustrazione e regolazione emotiva interpersonale.
I chatbot possono risultare attrattivi per continuità d’uso, anonimato, rapidità di risposta e apparente comprensione. In momenti di ansia, solitudine o confusione identitaria possono offrire contenimento immediato, soprattutto quando chiedere aiuto a persone reali è vissuto come difficile o stigmatizzante.
Il principale rischio è confondere un dialogo di supporto con un percorso terapeutico: mancano valutazione clinica, responsabilità professionale, lavoro sul contesto relazionale e contenimento emotivo “reale”. In situazioni critiche (autolesionismo, ideazione suicidaria, dissociazione) le risposte possono essere insufficienti o inappropriate.
È consigliabile rivolgersi a un professionista quando il disagio è persistente o compromette sonno, scuola, relazioni o umore; in presenza di ansia intensa, depressione, ritiro sociale o comportamenti autolesivi. Il lavoro clinico offre valutazione, responsabilità, continuità e un percorso trasformativo centrato sulla relazione umana.
