Vai al contenuto
Home » BLOG » Disturbi del comportamento alimentare: definizione, classificazione, clinica e implicazioni terapeutiche

Disturbi del comportamento alimentare: definizione, classificazione, clinica e implicazioni terapeutiche

    disturbi del comportamento alimentare

    I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano una delle aree più complesse della psicopatologia contemporanea. Essi si configurano come condizioni caratterizzate da una profonda alterazione delle abitudini alimentari e del rapporto con il corpo, con conseguenze gravi sul piano fisico, psicologico e relazionale.

    La loro incidenza è cresciuta negli ultimi decenni, fino a diventare una vera e propria emergenza di salute pubblica, anche a causa dell’abbassamento progressivo dell’età di esordio. Oltre alla compromissione della salute fisica, i DCA influenzano significativamente l’autostima, le relazioni familiari e sociali, e spesso si associano ad altre patologie psichiatriche, come depressione, disturbi d’ansia e disturbi di personalità.

    Il presente contributo intende fornire una panoramica approfondita sulla definizione, la classificazione diagnostica secondo il DSM-5-TR e l’ICD-11, le manifestazioni cliniche e i principali approcci terapeutici, integrando anche riferimenti storici e psicoanalitici per una comprensione globale del fenomeno.

    Definizione e concettualizzazione

    Dal “problema alimentare” al disturbo clinico

    I DCA si collocano lungo un continuum che va da abitudini alimentari disfunzionali – relativamente comuni nella popolazione generale – fino a veri e propri quadri clinici riconosciuti dalla nosografia psichiatrica. Non ogni forma di dieta rigida o attenzione eccessiva al corpo rientra in un disturbo clinico; ciò che caratterizza i DCA è la compromissione significativa della qualità della vita e l’andamento tendenzialmente cronico se non trattati precocemente.

    Un’unica categoria diagnostica

    Il DSM-5-TR (2022) ha unificato i disturbi dell’alimentazione e quelli della nutrizione, sottolineando come il problema non sia riducibile al solo comportamento alimentare, ma coinvolga immagine corporea, regolazione emotiva, autostima e funzionamento interpersonale.

    Evoluzione storica e prospettiva psicoanalitica

    Dai primi studi al DSM

    Storicamente, le prime descrizioni cliniche risalgono al XVII secolo, con casi di “anoressia isterica” descritti da Richard Morton. Tuttavia, solo nel XX secolo i DCA hanno trovato un riconoscimento scientifico sistematico, con l’introduzione dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa come diagnosi distinte nei manuali diagnostici.

    Il DSM-III (1980) rappresentò una svolta: per la prima volta, anoressia e bulimia vennero definite come categorie autonome, separate dall’isteria. Con il DSM-5, è stato riconosciuto il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), in precedenza non formalmente codificato.

    La lettura psicoanalitica

    Secondo Freud (Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905), il rapporto con il cibo ha una valenza simbolica legata alle fasi dello sviluppo psicosessuale. L’oralità, ad esempio, è vista come fase fondante della relazione con l’Altro: le difficoltà alimentari possono essere intese come espressioni di conflitti inconsci legati a dipendenza, controllo e desiderio.

    Autori post-freudiani hanno sottolineato:

    • il legame tra anoressia e dinamiche di controllo onnipotente, in cui il corpo diventa terreno di esercizio del potere psichico;
    • la bulimia come tentativo fallito di regolare l’angoscia attraverso cicli di abbuffata e svuotamento;
    • la difficoltà dei pazienti a simbolizzare emozioni, affidandosi al corpo come luogo privilegiato dell’espressione sintomatica (alessitimia).

    Classificazione diagnostica

    Disturbi principali secondo il DSM-5

    Il DSM-5-TR riconosce i seguenti disturbi:

    • Anoressia nervosa
    • Bulimia nervosa
    • Disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder)
    • Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (ARFID)
    • Pica
    • Disturbo da ruminazione
    • Disturbo dell’alimentazione o della nutrizione con altra specificazione (OSFED)
    • Disturbo dell’alimentazione o della nutrizione senza specificazione (UFED)

    ICD-11

    L’ICD-11 (OMS, 2019) propone una classificazione sovrapponibile, sottolineando l’aspetto dimensionale e la possibilità di esprimere diagnosi più flessibili, con attenzione alle sindromi parziali e ai casi atipici.

    Epidemiologia

    I dati mostrano un aumento progressivo dei DCA negli ultimi decenni:

    • L’anoressia nervosa interessa circa lo 0,3-1% delle adolescenti, con un rischio maggiore nel sesso femminile, ma crescente anche nei maschi.
    • La bulimia nervosa colpisce circa l’1-2% della popolazione, con esordio tipico tra i 15 e i 19 anni.
    • Il disturbo da alimentazione incontrollata ha una prevalenza stimata tra il 2% e il 3,5% degli adulti.

    Un dato rilevante è l’aumento dei casi in età preadolescenziale e la diffusione crescente nei paesi non occidentali, segno che i fattori culturali globalizzati (ideali di magrezza, social media, diete estreme) giocano un ruolo cruciale.

    Anoressia nervosa

    Caratteristiche cliniche

    L’anoressia si manifesta con:

    • restrizione calorica persistente;
    • peso corporeo significativamente inferiore ai valori attesi;
    • intensa paura di ingrassare;
    • distorsione dell’immagine corporea.

    Tipologie

    • Restrittiva – caratterizzata da digiuni e iperattività fisica.
    • Con abbuffate/condotte di eliminazione – associata a vomito, lassativi, diuretici.

    Negazione del disturbo

    Una caratteristica peculiare è la negazione, che può essere:

    • inconsapevole (anosognosia, scarsa consapevolezza interocettiva);
    • deliberata (strategia difensiva per evitare vulnerabilità e perdita di controllo).

    Bulimia nervosa

    La bulimia condivide con l’anoressia la paura morbosa di ingrassare, ma si distingue per il peso solitamente normale e per la presenza di cicli abbuffata-compensazione.

    Criteri diagnostici

    • abbuffate ricorrenti, percepite come perdita di controllo;
    • condotte compensatorie (vomito autoindotto, lassativi, esercizio fisico eccessivo);
    • frequenza di almeno 1 episodio a settimana per 3 mesi.

    Aspetti psicologici

    La vergogna e il senso di colpa portano spesso a isolamento sociale, che contribuisce al mantenimento del disturbo.

    Disturbo da alimentazione incontrollata

    Il binge eating disorder si caratterizza per episodi di abbuffata senza condotte di compenso. Il paziente riferisce perdita di controllo e forte disagio psicologico. È il DCA più comune negli adulti e spesso associato a obesità e complicanze mediche.

    Fattori di rischio ed eziologia

    L’eziologia è multifattoriale:

    • Biologici: predisposizione genetica, alterazioni dei neurotrasmettitori (serotonina, dopamina).
    • Psicologici: tratti di perfezionismo, scarsa autostima, difficoltà di regolazione emotiva.
    • Familiari: dinamiche ipercontrollanti, attaccamento insicuro, conflitti intergenerazionali.
    • Socioculturali: idealizzazione della magrezza, pressione mediatica, modelli estetici irrealistici.

    Trattamento

    Interventi psicoterapeutici

    • Terapie cognitivo-comportamentali (CBT-E) – evidence-based per anoressia, bulimia e binge eating.
    • Psicoterapia psicodinamica – esplorazione dei conflitti inconsci e della relazione con il corpo.
    • Terapie familiari – fondamentali in età adolescenziale (es. modello di Maudsley).

    Interventi farmacologici

    • SSRI (es. fluoxetina) per bulimia e binge eating.
    • Antiandrogeni o stabilizzatori dell’umore in casi selezionati.

    Riabilitazione nutrizionale

    Elemento imprescindibile in ogni percorso terapeutico, con monitoraggio medico e piani alimentari personalizzati.

    Implicazioni cliniche

    La gestione dei DCA richiede un approccio multidisciplinare: psicologi, psichiatri, nutrizionisti, internisti. La tempestività dell’intervento è cruciale: più precoce è la diagnosi, maggiori sono le probabilità di remissione.

    Per il clinico, il compito è complesso: si tratta di affrontare non solo i sintomi comportamentali, ma anche la sofferenza psichica profonda che vi si cela dietro.

    Conclusione

    I disturbi del comportamento alimentare sono patologie gravi e multifattoriali, che riflettono l’intreccio di biologia, psicologia e cultura. Lungi dall’essere semplici “problemi di alimentazione”, essi esprimono un conflitto identitario profondo, spesso legato al controllo, all’autostima e al rapporto con l’Altro.

    Per gli psicologi e gli psicoterapeuti, ciò comporta la necessità di un ascolto attento e privo di giudizio, capace di cogliere tanto i significati inconsci (come insegna la psicoanalisi), quanto i meccanismi cognitivi e comportamentali (come proposto dalle terapie evidence-based).

    La sfida clinica è duplice: intervenire sui comportamenti disfunzionali e allo stesso tempo ricostruire un nuovo rapporto con sé stessi, il corpo e il cibo, affinché la persona possa recuperare salute, autonomia e qualità di vita.


    elenco delle categorie diagnostiche e dei disturbi

    Image by freepik