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Il Disturbo da binge eating

    Il Disturbo da binge eating

    Il Disturbo da binge eating, in italiano generalmente definito Disturbo da alimentazione incontrollata, è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione caratterizzato dalla presenza ricorrente di episodi di abbuffata durante i quali la persona sperimenta una marcata sensazione di perdita di controllo sull’alimentazione. Gli episodi sono accompagnati da disagio psicologico significativo e non sono seguiti, come avviene tipicamente nella bulimia nervosa, da condotte compensatorie inappropriate finalizzate a prevenire l’aumento di peso.

    Il disturbo non coincide quindi con il semplice mangiare molto, con l’occasionale alimentazione eccessiva o con la difficoltà a seguire una dieta. L’elemento psicopatologico centrale è la combinazione tra abbuffata, perdita di controllo e sofferenza clinicamente significativa.

    Il binge eating rappresenta oggi uno dei principali disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e può essere associato a importanti conseguenze psicologiche, relazionali e mediche. La sua individuazione è particolarmente importante perché per molti anni le persone che presentano questo problema possono non ricevere una diagnosi specifica, soprattutto quando il comportamento alimentare viene interpretato esclusivamente in termini di sovrappeso, obesità o scarsa forza di volontà.

    Il DSM-5 ha riconosciuto il Disturbo da binge eating come categoria diagnostica autonoma, contribuendo a distinguerlo sia dalla bulimia nervosa sia dalle forme di alimentazione eccessiva non patologica.

    Che cos’è il Disturbo da binge eating

    Il Disturbo da binge eating (Binge-Eating Disorder, BED) è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffata nei quali la persona consuma, in un periodo di tempo delimitato, una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quella che la maggior parte delle persone assumerebbe in circostanze analoghe.

    Tuttavia, la quantità di cibo non rappresenta da sola l’elemento decisivo.

    Durante l’episodio è presente soprattutto una sensazione soggettiva di perdita di controllo, descritta frequentemente attraverso espressioni come:

    • “non riuscivo a fermarmi”;
    • “continuavo a mangiare anche se ero già sazio”;
    • “sentivo di non avere il controllo”;
    • “mangiavo automaticamente”;
    • “non riuscivo a interrompere l’episodio”.

    L’abbuffata è inoltre associata a una sofferenza psicologica significativa.

    A differenza della bulimia nervosa, nel Disturbo da binge eating non sono presenti regolarmente comportamenti compensatori quali vomito autoindotto, abuso di lassativi, digiuno prolungato o esercizio fisico compulsivo finalizzato a neutralizzare le calorie assunte.

    Questa distinzione è fondamentale dal punto di vista diagnostico.

    Binge eating e alimentazione eccessiva: quali differenze

    Una delle difficoltà più frequenti consiste nel distinguere il disturbo da episodi occasionali di alimentazione eccessiva.

    Mangiare molto durante una cena, durante una festività o in occasione di un evento sociale non costituisce necessariamente un episodio di binge eating.

    Nel disturbo sono invece presenti contemporaneamente diversi elementi:

    • quantità di cibo superiore a quella abitualmente consumata in circostanze analoghe;
    • sensazione di perdita di controllo;
    • rapidità nell’assunzione del cibo;
    • difficoltà a interrompere l’alimentazione;
    • alimentazione anche in assenza di fame fisica;
    • tendenza a mangiare da soli o in condizioni di isolamento;
    • sentimenti di colpa, vergogna, disgusto o forte disagio;
    • ricorrenza degli episodi;
    • significativa interferenza con il funzionamento psicologico o sociale.

    Pertanto, l’abbuffata non può essere definita esclusivamente sulla base della quantità di cibo.

    Il significato soggettivo dell’episodio e la percezione di perdita di controllo rappresentano aspetti fondamentali.

    La diagnosi secondo il DSM-5

    Il DSM-5 ha introdotto il Disturbo da binge eating come diagnosi autonoma all’interno della categoria dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.

    Prima del DSM-5, il binge eating era considerato soprattutto una condizione meritevole di ulteriori studi e veniva frequentemente collocato nell’area dei disturbi alimentari non altrimenti specificati. L’introduzione di una categoria diagnostica specifica ha consentito una maggiore precisione nella valutazione clinica.

    Secondo il DSM-5, il disturbo è caratterizzato dalla presenza di episodi ricorrenti di abbuffata associati alla perdita di controllo e ad altri indicatori comportamentali ed emotivi.

    La frequenza minima prevista è di almeno un episodio alla settimana per tre mesi.

    Questa soglia distingue il disturbo clinicamente significativo dalle forme occasionali o subcliniche.

    I criteri diagnostici del DSM-5

    Criterio A: episodi ricorrenti di abbuffata

    L’episodio di abbuffata presenta entrambe le seguenti caratteristiche:

    1. consumo, in un periodo di tempo circoscritto, di una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quella che la maggior parte delle persone consumerebbe in circostanze analoghe;
    2. sensazione di perdita di controllo durante l’episodio.

    La perdita di controllo rappresenta l’aspetto psicopatologico centrale.

    Criterio B: caratteristiche associate

    Gli episodi sono associati ad almeno tre delle seguenti caratteristiche:

    • mangiare molto più rapidamente del normale;
    • mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;
    • mangiare grandi quantità di cibo anche quando non si avverte una sensazione fisica di fame;
    • mangiare da soli per l’imbarazzo legato alla quantità di cibo ingerita;
    • provare disgusto verso se stessi, depressione o intensa colpa dopo l’abbuffata.

    Questi elementi evidenziano come il binge eating non sia soltanto un problema quantitativo, ma coinvolga profondamente la relazione psicologica con il cibo.

    Criterio C: disagio

    La persona deve sperimentare un marcato disagio riguardo alle abbuffate.

    L’episodio non è quindi semplicemente un comportamento alimentare insolito, ma diventa fonte di sofferenza.

    Criterio D: frequenza

    Gli episodi si verificano, in media, almeno una volta alla settimana per tre mesi.

    Criterio E: assenza di condotte compensatorie regolari

    Le abbuffate non sono associate regolarmente a condotte compensatorie inappropriate, come avviene nella bulimia nervosa.

    Criterio F: non esclusiva presenza durante anoressia nervosa o bulimia nervosa

    Il disturbo non deve manifestarsi esclusivamente nel corso dell’anoressia nervosa o della bulimia nervosa.

    Specificatori di gravità

    Il DSM-5-TR mantiene una classificazione della gravità basata principalmente sulla frequenza degli episodi di binge eating.

    La classificazione prevede:

    • lieve: 1-3 episodi alla settimana;
    • moderato: 4-7 episodi alla settimana;
    • grave: 8-13 episodi alla settimana;
    • estremo: 14 o più episodi alla settimana.

    La gravità può tuttavia essere aumentata considerando anche altri elementi, come l’intensità della sintomatologia, il grado di compromissione funzionale e la sofferenza psicologica.

    È importante sottolineare che il numero di episodi non esaurisce la valutazione clinica. Una persona con episodi relativamente meno frequenti può presentare una significativa compromissione psicologica, relazionale o lavorativa.

    DSM-5-TR e aggiornamenti diagnostici

    Nel DSM-5-TR il Disturbo da binge eating continua a essere considerato una specifica categoria diagnostica dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.

    La classificazione diagnostica ha contribuito a superare una concezione riduttiva secondo cui le abbuffate rappresenterebbero semplicemente una manifestazione secondaria dell’obesità.

    Il disturbo può infatti essere presente in persone con peso corporeo differente e il peso non costituisce un criterio diagnostico.

    Questo punto è particolarmente importante nella pratica clinica: una persona normopeso può presentare un disturbo da binge eating e, al contrario, una persona con obesità non necessariamente presenta tale disturbo.

    Il Disturbo da binge eating nell’ICD-10

    La situazione classificatoria dell’ICD-10 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è differente da quella del DSM-5 e dell’ICD-11.

    Nella classificazione ICD-10 originaria dell’OMS il Disturbo da binge eating non disponeva di una categoria autonoma equivalente a quella successivamente introdotta nell’ICD-11.

    Le forme di disturbo alimentare non comprese nelle categorie principali potevano essere ricondotte soprattutto alla categoria F50.8 – Altri disturbi dell’alimentazione, oppure, in determinate situazioni, a F50.9 – Disturbo dell’alimentazione non specificato.

    È quindi importante non confondere la classificazione ICD-10 dell’OMS con la ICD-10-CM, utilizzata negli Stati Uniti e in altri sistemi di codifica sanitaria.

    Nella ICD-10-CM statunitense sono state successivamente introdotte codifiche più specifiche per il binge eating disorder, tra cui F50.81 e ulteriori sottocodici relativi alla gravità.

    Per un articolo destinato al pubblico italiano è pertanto più corretto precisare che nell’ICD-10 OMS il binge eating non disponeva di una categoria autonoma equivalente all’attuale 6B82 dell’ICD-11.

    Il Disturbo da binge eating nell’ICD-11

    L’ICD-11 ha introdotto una classificazione più precisa del Disturbo da binge eating.

    Il codice diagnostico è:

    6B82 – Binge-eating disorder.

    La classificazione lo colloca tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. L’ICD-11 descrive il disturbo attraverso episodi ricorrenti di binge eating caratterizzati da perdita soggettiva di controllo, assunzione di una quantità di cibo significativamente superiore o differente rispetto al consueto e difficoltà a interrompere o limitare l’assunzione.

    Gli episodi sono associati a sofferenza significativa o compromissione del funzionamento personale, familiare, sociale, educativo o lavorativo.

    Anche nell’ICD-11 viene sottolineata la differenza rispetto alla bulimia nervosa: nel binge eating disorder le abbuffate non sono regolarmente seguite da comportamenti compensatori inappropriati.

    L’introduzione del codice 6B82 rappresenta quindi un importante progresso nella classificazione internazionale dei disturbi alimentari.

    Caratteristiche cliniche del Disturbo da binge eating

    Il quadro clinico può essere estremamente variabile.

    In alcune persone le abbuffate si verificano prevalentemente alla sera; in altre possono comparire durante diverse fasi della giornata.

    Alcuni pazienti riferiscono un’assunzione alimentare consapevole ma difficile da interrompere, mentre altri descrivono gli episodi come una sorta di comportamento automatico.

    Una caratteristica frequente è la presenza di una sequenza composta da:

    restrizione → tensione → abbuffata → senso di colpa → nuova restrizione.

    Questo ciclo può mantenere il disturbo per periodi molto lunghi.

    Come si manifesta un episodio di binge eating

    Durante un episodio la persona può consumare rapidamente alimenti ad alta densità energetica, snack, dolci, prodotti da forno, alimenti salati o altri cibi precedentemente limitati.

    L’aspetto clinicamente rilevante non consiste nel tipo di alimento consumato.

    È invece importante osservare:

    • la perdita di controllo;
    • la modalità di consumo;
    • il contesto emotivo;
    • la presenza di restrizione precedente;
    • le conseguenze psicologiche successive.

    L’episodio può essere vissuto come una temporanea riduzione della tensione emotiva.

    Dopo l’abbuffata, tuttavia, possono comparire vergogna, autocritica, senso di colpa e paura dell’aumento di peso.

    Questa alternanza può alimentare ulteriormente la restrizione dietetica e predisporre a nuove abbuffate.

    Perdita di controllo e abbuffata

    La perdita di controllo è probabilmente il concetto più importante per comprendere il binge eating.

    La persona può percepire di non essere più in grado di decidere liberamente:

    • quando smettere;
    • quanto mangiare;
    • quali alimenti consumare;
    • se interrompere il comportamento.

    Questo non significa necessariamente che durante l’episodio vi sia una totale perdita di consapevolezza.

    In molti casi la persona è perfettamente consapevole di ciò che sta facendo, ma sperimenta una forte difficoltà a interromperlo.

    Il comportamento può quindi essere compreso anche attraverso i concetti di regolazione emotiva, rinforzo negativo e difficoltà nel tollerare stati affettivi spiacevoli.

    Emozioni e vissuti psicologici

    Le emozioni hanno spesso un ruolo importante.

    Le abbuffate possono comparire in associazione a:

    • tristezza;
    • ansia;
    • rabbia;
    • solitudine;
    • noia;
    • frustrazione;
    • stress lavorativo;
    • conflitti interpersonali;
    • sentimenti di rifiuto;
    • senso di inadeguatezza.

    Il cibo può assumere temporaneamente una funzione regolativa.

    Mangiare può produrre una riduzione momentanea della tensione o una distrazione dalle emozioni dolorose.

    Successivamente, però, possono emergere sentimenti negativi che contribuiscono alla perpetuazione del problema.

    In questo senso il binge eating può essere interpretato, in alcuni casi, come una modalità disfunzionale di regolazione delle emozioni.

    Immagine corporea e autostima

    La preoccupazione per il peso e la forma corporea può essere particolarmente intensa.

    Alcune persone sviluppano una relazione fortemente critica con il proprio corpo, caratterizzata da:

    • confronto sociale;
    • controllo frequente del peso;
    • evitamento dello specchio;
    • vergogna corporea;
    • insoddisfazione fisica;
    • convinzioni negative sul proprio aspetto.

    L’autostima può diventare eccessivamente dipendente dal peso, dalla forma del corpo e dalla capacità percepita di controllare l’alimentazione.

    Si può creare così un sistema circolare:

    immagine corporea negativa → dieta rigida → deprivazione → abbuffata → senso di colpa → ulteriore svalutazione → nuova dieta.

    Dieta restrittiva e ciclo abbuffata-restrizione

    La restrizione alimentare rappresenta un elemento clinicamente importante.

    Non tutte le persone con binge eating seguono una dieta rigida, ma in numerosi casi è possibile osservare un’alternanza tra periodi di controllo molto intenso e successivi episodi di perdita di controllo.

    La restrizione può essere:

    • quantitativa;
    • qualitativa;
    • temporale;
    • cognitiva.

    Quest’ultima forma è particolarmente interessante.

    Una persona può non aver realmente mangiato poco, ma pensare di aver “sgarrato” rispetto alle regole alimentari che si è imposta. Questo pensiero può favorire una modalità dicotomica del tipo:

    “Ho già rovinato la dieta, quindi tanto vale continuare a mangiare.”

    La cosiddetta alimentazione tutto-o-nulla costituisce uno dei principali bersagli della terapia cognitivo-comportamentale.

    Fattori di rischio e cause

    Il Disturbo da binge eating non può essere ricondotto a una singola causa.

    Come molti disturbi psicopatologici, deriva dall’interazione di più fattori:

    • biologici;
    • genetici;
    • psicologici;
    • familiari;
    • relazionali;
    • ambientali;
    • socioculturali.

    Tra i fattori di vulnerabilità possono essere presenti una maggiore impulsività, difficoltà nella regolazione emotiva, esperienze traumatiche, bassa autostima e una storia di diete restrittive.

    Anche l’ambiente familiare può contribuire attraverso modalità comunicative, aspettative, conflitti o particolari significati attribuiti al cibo e al corpo.

    È tuttavia importante evitare interpretazioni semplicistiche.

    Il binge eating non è causato semplicemente da una famiglia disfunzionale, né può essere spiegato esclusivamente dalla presenza di traumi.

    Aspetti psicologici e regolazione emotiva

    Numerosi modelli psicologici considerano il binge eating come una strategia disfunzionale di regolazione affettiva.

    In questa prospettiva l’abbuffata può svolgere una funzione temporanea:

    evento stressante → emozione negativa → aumento della tensione → abbuffata → riduzione momentanea della tensione → conseguenze negative → nuova sofferenza.

    Il comportamento viene quindi mantenuto almeno in parte dal sollievo immediato che produce.

    Nel lungo periodo, però, le conseguenze diventano negative.

    Questo meccanismo è compatibile con il modello del rinforzo negativo.

    Una lettura sistemico-relazionale

    Nel trattamento psicoterapeutico può essere utile affiancare alla prospettiva individuale una lettura sistemico-relazionale.

    Il comportamento alimentare non esiste infatti in un vuoto relazionale.

    Il cibo può assumere significati differenti all’interno della famiglia:

    • espressione di cura;
    • modalità di consolazione;
    • strumento di ricompensa;
    • terreno di conflitto;
    • forma di controllo;
    • elemento identitario;
    • modalità di appartenenza.

    In alcune famiglie il peso corporeo può diventare oggetto di commenti, giudizi o preoccupazioni persistenti.

    Il terapeuta sistemico-relazionale può quindi esplorare la storia del sintomo e le relazioni nelle quali esso si manifesta, prestando attenzione alle sequenze interattive.

    L’obiettivo non è individuare un “colpevole”, ma comprendere il significato del comportamento all’interno del sistema relazionale.

    Comorbilità psichiatriche

    Il Disturbo da binge eating presenta frequentemente comorbilità con altri problemi psicologici.

    Tra quelli maggiormente rilevanti possono essere presenti:

    La presenza di comorbilità può influenzare significativamente il decorso e deve quindi essere valutata durante l’assessment.

    Le linee guida cliniche raccomandano una valutazione delle condizioni psichiche associate, comprese depressione, ansia, autolesività, disturbo ossessivo-compulsivo e uso problematico di alcol o sostanze.

    Binge eating e obesità

    È importante evitare di sovrapporre i due concetti.

    Disturbo da binge eating e obesità non sono sinonimi.

    Una percentuale significativa di persone con BED può presentare sovrappeso o obesità, ma il disturbo può essere presente anche in persone normopeso.

    Allo stesso modo, non tutte le persone con obesità presentano episodi di binge eating.

    Il trattamento deve quindi evitare di ridurre l’intervento psicologico a una semplice prescrizione dietetica.

    Le linee guida cliniche sottolineano infatti che la terapia psicologica specificamente rivolta al binge eating ha un effetto limitato sul peso corporeo e che la perdita di peso non deve costituire l’obiettivo terapeutico della terapia del binge eating in quanto tale.

    Epidemiologia

    Il Disturbo da binge eating è uno dei disturbi alimentari più frequenti nella popolazione generale.

    Le stime epidemiologiche variano considerevolmente in funzione:

    • dei criteri diagnostici utilizzati;
    • della popolazione studiata;
    • del periodo temporale considerato;
    • dello strumento diagnostico;
    • della metodologia dello studio.

    Una revisione sistematica e meta-analisi ha stimato una prevalenza lifetime del BED pari a circa 1,53%, con intervallo di confidenza 95% compreso tra 1,00% e 2,17%. La stessa revisione ha evidenziato una prevalenza superiore rispetto ad anoressia nervosa e bulimia nervosa.

    Altre revisioni precedenti avevano riportato valori lifetime generalmente compresi intorno all’1-2% nella popolazione generale.

    Le differenze tra gli studi dimostrano quanto sia importante interpretare i dati epidemiologici con cautela.

    Il disturbo può inoltre essere sottodiagnosticato.

    Binge eating negli adolescenti

    Il binge eating può comparire anche durante l’adolescenza.

    Questa fase evolutiva è particolarmente importante perché rappresenta un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni:

    • corporee;
    • cognitive;
    • emotive;
    • identitarie;
    • relazionali.

    L’adolescente può diventare particolarmente sensibile al confronto sociale e alle aspettative relative all’aspetto fisico.

    I comportamenti alimentari problematici possono quindi inserirsi in una più ampia difficoltà di regolazione emotiva o di costruzione dell’identità.

    La valutazione deve coinvolgere, quando appropriato, anche il sistema familiare.

    Diagnosi differenziale

    La diagnosi differenziale deve distinguere il binge eating da diverse condizioni.

    Bulimia nervosa

    La differenza principale riguarda la presenza di condotte compensatorie inappropriate.

    Nella bulimia nervosa le abbuffate sono generalmente seguite da comportamenti finalizzati a compensare l’assunzione alimentare.

    Nel BED tali comportamenti non sono presenti regolarmente.

    Anoressia nervosa

    Nell’anoressia nervosa il quadro è caratterizzato da restrizione energetica, peso significativamente basso e intensa paura di aumentare di peso o comportamenti persistenti finalizzati a evitarlo.

    Alimentazione eccessiva non patologica

    Una persona può occasionalmente mangiare molto senza presentare un disturbo.

    La diagnosi richiede ricorrenza, perdita di controllo e sofferenza clinicamente significativa.

    Night Eating Syndrome

    La sindrome da alimentazione notturna presenta caratteristiche differenti e non deve essere automaticamente considerata una forma di binge eating.

    Disturbi da uso di sostanze

    In alcuni pazienti può essere utile valutare parallelamente la presenza di comportamenti impulsivi o di uso problematico di sostanze, soprattutto quando l’abbuffata rappresenta una modalità generale di regolazione emotiva.

    Valutazione psicodiagnostica

    La diagnosi del BED è principalmente clinica.

    Non è sufficiente utilizzare un singolo questionario.

    L’assessment dovrebbe comprendere:

    • anamnesi psicologica;
    • storia alimentare;
    • frequenza delle abbuffate;
    • modalità degli episodi;
    • percezione di perdita di controllo;
    • presenza di condotte compensatorie;
    • storia delle diete;
    • immagine corporea;
    • regolazione emotiva;
    • autostima;
    • comorbilità;
    • uso di sostanze;
    • funzionamento familiare;
    • funzionamento sociale e lavorativo.

    Tra gli strumenti utilizzabili nella valutazione possono rientrare il Eating Disorder Examination Questionnaire (EDE-Q) e specifici strumenti per la valutazione del binge eating.

    Uno strumento di screening non dovrebbe comunque sostituire una valutazione diagnostica completa.

    Il trattamento del Disturbo da binge eating

    Il trattamento dovrebbe essere personalizzato e, quando necessario, multidisciplinare.

    La gestione può coinvolgere:

    • psicoterapeuta;
    • psicologo;
    • medico;
    • nutrizionista o dietista;
    • psichiatra;
    • altri professionisti sanitari.

    Le linee guida cliniche indicano che gli interventi psicologici devono essere specificamente orientati ai disturbi alimentari e basati su protocolli strutturati.

    Terapia cognitivo-comportamentale

    La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) rappresenta uno degli interventi maggiormente studiati per il BED.

    L’intervento può concentrarsi su:

    • regolarizzazione dei pasti;
    • identificazione dei trigger;
    • monitoraggio degli episodi;
    • individuazione dei pensieri disfunzionali;
    • riduzione della restrizione alimentare;
    • modificazione delle convinzioni sul cibo;
    • intervento sull’immagine corporea;
    • gestione delle emozioni;
    • prevenzione delle ricadute.

    Un elemento fondamentale consiste nel costruire una formulazione individualizzata del problema.

    La terapia non si limita quindi a insegnare alla persona “come mangiare meno”, ma mira a comprendere i meccanismi cognitivi, emotivi e comportamentali che mantengono l’abbuffata.

    Terapia cognitivo-comportamentale individuale

    Nella CBT individuale il terapeuta può lavorare sui diversi livelli che contribuiscono al disturbo.

    Psicoeducazione

    Il paziente acquisisce informazioni sul ciclo dell’abbuffata e sui meccanismi di mantenimento.

    Monitoraggio

    Gli episodi vengono registrati considerando:

    • situazione;
    • emozioni;
    • pensieri;
    • alimentazione;
    • perdita di controllo;
    • conseguenze.

    Regolarizzazione dell’alimentazione

    Viene favorito un pattern alimentare regolare per ridurre le condizioni di fame intensa e restrizione.

    Ristrutturazione cognitiva

    Si interviene sulle convinzioni rigide relative a:

    • peso;
    • corpo;
    • cibo;
    • controllo;
    • autovalutazione.

    Lavoro sull’immagine corporea

    Quando necessario vengono utilizzate tecniche comportamentali e cognitive specifiche.

    Prevenzione delle ricadute

    Il paziente impara a riconoscere precocemente i segnali di rischio.

    Approccio sistemico-relazionale e familiare

    L’approccio sistemico-relazionale può offrire un’importante integrazione nella comprensione del binge eating.

    La domanda clinica non riguarda esclusivamente:

    “Perché questa persona mangia troppo?”

    ma può diventare:

    “Che funzione assume questo comportamento nella vita della persona e nelle sue relazioni?”

    Il terapeuta può esplorare:

    • storia familiare;
    • modalità comunicative;
    • conflitti;
    • alleanze;
    • confini;
    • eventi critici;
    • modalità di gestione delle emozioni;
    • significati attribuiti al corpo e al cibo.

    In alcuni casi il sintomo alimentare può inserirsi in una dinamica familiare caratterizzata da eccessiva preoccupazione, controllo reciproco o difficoltà nella differenziazione.

    L’obiettivo non consiste nell’attribuire alla famiglia la responsabilità del disturbo, ma nell’individuare le risorse relazionali che possono favorire il cambiamento.

    Mindfulness e regolazione emotiva

    Le tecniche di mindfulness possono rappresentare un intervento complementare.

    La mindfulness può aiutare la persona a sviluppare una maggiore consapevolezza di:

    • fame fisica;
    • sazietà;
    • impulsi;
    • emozioni;
    • pensieri automatici;
    • sensazioni corporee.

    Un obiettivo importante è imparare a distinguere tra:

    fame fisiologica, desiderio alimentare, impulso e bisogno emotivo.

    La mindfulness non dovrebbe tuttavia essere presentata come trattamento unico o risolutivo.

    Può essere integrata all’interno di un trattamento psicoterapeutico più ampio, soprattutto quando sono presenti difficoltà di regolazione emotiva.

    Intervento multidisciplinare

    In presenza di importanti conseguenze fisiche può essere necessario un coordinamento tra professionisti.

    Il medico può valutare:

    • condizioni metaboliche;
    • pressione arteriosa;
    • alterazioni glicemiche;
    • profilo lipidico;
    • complicanze associate al peso;
    • altri fattori di rischio.

    Il professionista della nutrizione può collaborare alla costruzione di un rapporto più regolare e flessibile con il cibo.

    Lo psicoterapeuta interviene invece sui meccanismi psicologici, emotivi e relazionali.

    Il modello multidisciplinare consente di evitare che il problema venga ridotto a una sola dimensione.

    Trattamento farmacologico

    I farmaci possono essere considerati in situazioni selezionate, soprattutto quando esistono indicazioni cliniche specifiche o importanti comorbilità.

    Tuttavia, il trattamento farmacologico non dovrebbe sostituire l’intervento psicologico.

    La decisione farmacologica deve essere presa dal medico o dallo psichiatra sulla base della valutazione individuale.

    Prevenzione delle ricadute

    Il trattamento non termina necessariamente con la scomparsa delle abbuffate.

    Una parte fondamentale della terapia riguarda la prevenzione delle ricadute.

    È utile aiutare la persona a riconoscere:

    • situazioni ad alto rischio;
    • periodi di forte stress;
    • rigidità alimentare;
    • pensiero dicotomico;
    • isolamento sociale;
    • aumento dell’autocritica;
    • peggioramento dell’immagine corporea.

    Una ricaduta occasionale non deve essere interpretata come un fallimento totale.

    Può invece diventare un’occasione per analizzare ciò che è accaduto e identificare precocemente i fattori che hanno favorito il ritorno del comportamento.

    Prognosi

    La prognosi può essere favorevole quando il disturbo viene riconosciuto e trattato precocemente.

    La risposta al trattamento può tuttavia variare in relazione a:

    • durata del disturbo;
    • frequenza delle abbuffate;
    • presenza di comorbilità;
    • gravità della psicopatologia;
    • rigidità delle condotte alimentari;
    • qualità delle relazioni;
    • motivazione al cambiamento;
    • disponibilità di un adeguato supporto terapeutico.

    Un elemento positivo è rappresentato dalla possibilità di intervenire sui meccanismi che mantengono il disturbo.

    Quando chiedere aiuto

    È opportuno richiedere una valutazione professionale quando le abbuffate:

    • diventano ricorrenti;
    • provocano perdita di controllo;
    • generano vergogna o senso di colpa;
    • interferiscono con la vita sociale;
    • vengono tenute nascoste;
    • si associano a diete ripetute;
    • provocano un forte disagio psicologico;
    • si accompagnano a depressione o ansia;
    • determinano un significativo deterioramento della qualità della vita.

    Particolare attenzione deve essere prestata quando sono presenti anche ideazione suicidaria, autolesività, abuso di sostanze o importanti problematiche mediche.

    Conclusioni

    Il Disturbo da binge eating è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffata associati a una significativa sensazione di perdita di controllo e a sofferenza psicologica.

    Non deve essere confuso con la semplice alimentazione eccessiva e neppure con l’obesità.

    La diagnosi richiede una valutazione clinica approfondita e deve tenere conto della frequenza delle abbuffate, della perdita di controllo, delle caratteristiche associate e dell’assenza di condotte compensatorie regolari.

    Il DSM-5 e il DSM-5-TR riconoscono il binge eating disorder come categoria diagnostica autonoma, mentre l’ICD-11 lo identifica con il codice 6B82. Nell’ICD-10 OMS, invece, non era presente una categoria autonoma equivalente e il disturbo poteva essere ricondotto alle categorie degli altri disturbi dell’alimentazione.

    Il trattamento più efficace è quindi quello che considera contemporaneamente comportamento alimentare, emozioni, cognizioni, corpo, relazioni e contesto di vita.

    Bibliografia

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    2. American Psychiatric Association, DSM-5-TR. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, APA, Washington, DC.
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    FAQ sul Disturbo da binge eating

    Che cos’è il Disturbo da binge eating?

    Il Disturbo da binge eating è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffata associati alla sensazione di non riuscire a controllare ciò che si mangia. Gli episodi provocano generalmente disagio, vergogna o senso di colpa e non sono seguiti regolarmente da comportamenti compensatori come vomito autoindotto o digiuno.

    Qual è la differenza tra binge eating e abbuffata occasionale?

    Un’abbuffata occasionale non significa necessariamente avere un disturbo alimentare. Nel binge eating gli episodi sono ricorrenti, comportano una marcata sensazione di perdita di controllo e sono associati a una significativa sofferenza psicologica. La valutazione diagnostica deve inoltre considerare frequenza, durata e caratteristiche degli episodi.

    Quali sono i sintomi del Disturbo da binge eating?

    Tra le manifestazioni più frequenti vi sono il mangiare rapidamente, continuare a mangiare nonostante la sensazione di sazietà, consumare cibo anche senza fame, preferire mangiare da soli per imbarazzo e sperimentare successivamente vergogna, colpa, tristezza o disgusto verso se stessi.

    Il binge eating significa mangiare troppo?

    Non necessariamente. La quantità di cibo rappresenta soltanto uno degli aspetti considerati nella diagnosi. Un elemento centrale è la sensazione di perdita di controllo durante l’episodio. Per questo il binge eating non può essere identificato semplicemente osservando quanto una persona mangia.

    Il Disturbo da binge eating è riconosciuto dal DSM-5?

    Sì. Il DSM-5 riconosce il Binge-Eating Disorder come una specifica categoria diagnostica tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. La diagnosi richiede la presenza di episodi ricorrenti di abbuffata, perdita di controllo, caratteristiche associate e disagio significativo.

    Quante abbuffate sono necessarie per diagnosticare il binge eating?

    Secondo i criteri del DSM-5, gli episodi devono verificarsi mediamente almeno una volta alla settimana per tre mesi. La frequenza deve comunque essere valutata insieme alle altre caratteristiche cliniche e alla sofferenza provocata dal disturbo.

    Qual è la differenza tra binge eating e bulimia nervosa?

    La distinzione principale riguarda le condotte compensatorie. Nella bulimia nervosa le abbuffate sono associate a comportamenti finalizzati a compensare l’assunzione di cibo, come vomito autoindotto, digiuno o esercizio fisico eccessivo. Nel binge eating queste condotte non sono presenti regolarmente.

    Il binge eating causa necessariamente obesità?

    No. Il Disturbo da binge eating può interessare persone con peso corporeo differente. Sebbene il disturbo possa essere associato a sovrappeso o obesità, il peso corporeo non costituisce di per sé un criterio diagnostico e non permette di stabilire se una persona presenta un BED.

    Come viene diagnosticato il Disturbo da binge eating?

    La diagnosi viene effettuata attraverso una valutazione clinica da parte di un professionista qualificato. Vengono analizzati la frequenza delle abbuffate, la perdita di controllo, le condotte alimentari, le emozioni associate, l’immagine corporea, eventuali comportamenti compensatori e la presenza di altri disturbi psicologici o condizioni mediche.

    Come si cura il Disturbo da binge eating?

    Il trattamento può comprendere interventi psicoterapeutici, nutrizionali e medici. La terapia cognitivo-comportamentale specificamente adattata ai disturbi alimentari è uno degli approcci maggiormente studiati. In base alle caratteristiche della persona possono essere integrate tecniche di regolazione emotiva, mindfulness e interventi sistemico-relazionali.

    Il binge eating può essere curato?

    Il Disturbo da binge eating può essere trattato efficacemente. Il percorso terapeutico viene personalizzato sulla base della gravità del disturbo, della durata dei sintomi, delle eventuali comorbilità e delle caratteristiche individuali. L’obiettivo non consiste soltanto nel ridurre le abbuffate, ma anche nel migliorare il rapporto con il cibo, le emozioni e l’immagine corporea.

    Quando è opportuno rivolgersi a uno psicologo per il binge eating?

    È consigliabile chiedere una valutazione professionale quando le abbuffate diventano ricorrenti, sono accompagnate da perdita di controllo o provocano vergogna, senso di colpa e sofferenza. È particolarmente importante rivolgersi a un professionista quando il comportamento interferisce con la vita sociale, familiare o lavorativa oppure si associa ad ansia, depressione o altre difficoltà psicologiche.


    DISCLAIMER: Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono in alcun modo la valutazione, la diagnosi o il trattamento da parte di uno psicologo, di uno psicoterapeuta, di un medico o di un altro professionista sanitario qualificato. Se il disagio emotivo sperimentato è intenso, persistente o compromette il benessere personale, relazionale, sociale o lavorativo, è consigliabile rivolgersi a un professionista della salute mentale per una valutazione personalizzata e l’eventuale avvio di un percorso di supporto psicologico o psicoterapeutico.